PS: Daniele ricordati la T-Shirt!!!!
lunedì 8 luglio 2013
Harry Quebert, D'Orrico e altre cose e poi ci torno (davvero?)
PS: Daniele ricordati la T-Shirt!!!!
mercoledì 17 aprile 2013
Però un paese ci vuole di Giovanna Grignaffini (ma anche no)
domenica 14 aprile 2013
domenica 2 settembre 2012
La narrativa italiana che non legge quasi nessuno

Città distrutte (Sei biografie infedeli) di Davide Orecchio
“…come un piede all’orma che deposita, come un urlo all’eco che ha lanciato”.
Biografie infedeli. L’infedeltà è l’immaginazione del racconto che crea i collegamenti mancanti nelle vite delle persone, ricostruite sulle base di una solida documentazione. Davide Orecchio esplora non solo le vite, ma anche i luoghi: “la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”. In queste città vivono i personaggi/persone che l’autore racconta con uno stile preciso e insieme visionario, perché per ridare vita ai morti, farli parlare e agire serve un breve lampo che squarci il fumo-polvere-tenebre avvolto attorno ai nomi scomparsi. Nominare. Raccontare. Sognare le vite e disseppellirle. “Città distrutte” è un’opera di grande rigore, forza ed empatia. Qualcosa nello stile ricorda Pavese, una musicalità nella cadenza e nella scelta delle parole, come in “Dialoghi con Leucò”: attraverso il racconto, le vite svelano radici mitologiche, perché infedeli, illuminate e misteriose. L’autore compare, a volte, con una dichiarazione di poetica, un’ulteriore chiosa al testo/biografia: “Ho a che fare con uno stato d’animo, altrimenti come spiegare questa biografia che da una riga all’altra accumula anni, dove l’ultima delle linee è soverchiata dalla catena dei fatti[…]? E tutto in poche pagine, non come accadde ma come fu ricordato e ora scrivo. Lo chiamo un anno ma dura il tempo di annotarlo (anzi non è tempo, è un gesto)”. Straordinaria è la prosa lirica che contraddistingue la biografia, ampiamente infedele, di Andrej Tarkovskij. Le citazioni in epigrafe al racconto avvertono subito il lettore sul soggetto della biografia, ma i due personaggi, quello creato da Orecchio e Tarkovskij “iniziano a somigliarsi dopo i vent’anni”. Attraverso l’invenzione il lettore può sperimentare l’emozione della narrativa, della storia immaginata e anche ritrovare il grande regista russo. Districare i fili delle biografie infedeli non è opera semplice e neppure da prendere in considerazione; bisogna abbandonarsi alla letteratura. Le parole rotolano sulla lingua, dapprima come semplici suoni, poi immagini, ombre, notti insonni, desideri, morte, speranze, vizi assurdi. Le maglie della rete-racconto raccolgono i collegamenti: il resto è poesia che lega tutto nell’opera che si ha tra le mani, testimonianza di testimonianze e magico incontro tra le parole, come trai personaggi e le persone.
Un altro intervento dell’autore. “[…] ma ho fretta come se domani il mondo finisse, le mie piante morissero, il gatto scappasse di casa, la casa crollasse con tutti i suoi libri e la musica, i progetti s’incenerissero dalla mezzanotte e perdessi la memoria e tutte queste sciagure potessero evitarsi solo a una condizione: chiudere con Migliorisi”. E poi scopriremo che Pietro Migliorisi è, o potrebbe essere, Alfredo Orecchio; il sangue come un filo rosso che si avvolge e tende allo strappo, mentre l’autore lo dipana con foga e insieme rassegnazione. Le microfratture nella vita degli individui sono crepe che si diramano in più direzioni e l’autore le segue, facendo scorrere la penna come fosse un’estensione tattile delle dita, del senso più fisico e diretto perché implica il contatto.
Davide Orecchio, “Città distrutte. Sei biografie infedeli”, pp. 238, 15,50 euro, Gaffi editore, Roma, 2011.
domenica 24 giugno 2012
Il padre d'inverno di Andre Dubus

La narrativa di Andre Dubus ha un'estensione quasi sconfinata in ampiezza e profondità. Davanti a noi possiamo avere padri, mariti, figli, amanti, mogli, uomini, donne o bambini: tutto. Perché i racconti di Andre Dubus sono narrazioni che partono sempre dalle persone e dai loro rapporti. L'oggetto dell'arte, per Dubus, è la vita umana.
Ormai, grazie ai tre volumi pubblicati da Mattioli, un piccolo pezzo del cuore di Dubus è arrivato anche in Italia. Fin dal racconto d'apertura ("Killings" da cui Todd Field ha tratto il film "In the Bedroom") è chiaro che la prima parte del volume è avvolta da una sfumatura oscura: l'omicidio compare, declinato in varie forme dalla vendetta alla rabbia, in tre racconti. Per Andre Dubus, lo scrutare nell'oscurità si solleva verso dimensioni universali partendo dai punti di vista di pochi personaggi ben delineati nella loro unicità. D'altronde il cervello è l'organo più essenziale e affascinante e pochi scrittori come Dubus sono in grado di creare personaggi dotati di una mente. Troviamo in due racconti, "St. Croix" e "Il padre d'inverno", lo stesso protagonista colto in momenti diversi, a unire la narrazione un amore paterno raccontato attraverso parole che diventano una sorta di prosa poetica che ci trasmette una tenerezza struggente e mai artificiosa: quasi un miracolo. E' stato James Crumley (citato nella postfazione) a dire: "Hemingway e Faulkner hanno scritto, probabilmente, cinque racconti a testa che possono essere considerati capolavori. Andre Dubus ne ha scritti una ventina".
Immersi nella vita (o nella morte), i personaggi di Dubus si incrociano attraverso la narrazione come in un paesaggio dotato di più dimensioni del mondo reale. La letteratura, quando è vera, riesce a restituire al lettore gli infiniti particolari sfuggenti dell'esistenza, il senso profondo dei ricordi o dei rimpianti, il sordo bisbiglio della mente (nel suo continuo pensare, rivivere, rielaborare), lo spiraglio di una porta socchiusa che ci accompagnerà fino alla morte.
domenica 2 ottobre 2011
Franck Thilliez e Fabio Gambaro su Repubblica 2/10/2011
Saranno amici, forse. Non si spiega - oppure si spiegherebbe in altri termini - la recensione entusiasta (p. 49) di un libro che solo dal titolo rimanda al ridicolo (all'uscita in libreria un'amico mi inviò una mail brevissima "Ma sarà Romano?"):il volume in questione è "L'osservatore" di Franck Thilliez (ed. Nord).Ora se il libro fosse presentato come una novità, una svolta, capirei, ma Fabio Gambaro ne parla ribadendo "il talento dell'autore"...
Dove stia questo talento è il vero mistero.
(Nella foto Franck con Francois).
lunedì 16 maggio 2011
Il nemico - Romanzo eretico di E. Tonon
E' una mattina di sole. Controllo i miei libri, provo quasi tenerezza per il ricordo di quando bambino ordinavo i volumi di Conan Doyle alla cartolaia (il paese non aveva e non ha ovviamente una libreria) e attendevo con ansia il martedì mattina.mercoledì 11 maggio 2011
Crazy Friend di Jonathan Lethem

[Intercettazione B-1408-05/05/2011]
Caro A., il libro di Lethem, al secondo tentativo, è arrivato. Ovviamente essendo un libro su Philip Kindred Dick esisterà un’altra copia in viaggio tra gli uffici postali o in una dimensione parallela. Leggendo le prime pagine di Jonathan Lethem ho pensato che anch’io potrei scrivere qualcosa su Philip, anche se alcune sue opere minori mi mancano. Lethem non fece in tempo a conoscere PKD, arrivò in California con due anni di ritardo: Dick era morto nel 1982 (1928-1982, queste le date che delimitano l’esistenza di Dick oppure quella del sogno di sua sorella che non morì nel 1928, ma lo ha sognato assegnandoli un’esistenza in una dimensione onirica). Leggere Dick, per gli appassionati, appare un dovere civico.
Gran parte dei riferimenti che Lethem mette sul piatto si possono trovare anche in altri articoli, prefazioni, oppure nella discreta biografia di PKD scritta da Emmanuel Carrère.
Questo libro è consigliato a tutti gli adepti di Dick. Sicuramente io sono più incline a perdonare le cadute di stile, messe in evidenza da Lethem, quando ci si confronta con capolavori come “Ubik”, “Un oscuro scrutare”, “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” e altri ancora, certe mancanze scivolano in secondo piano. “Crazy Friend” è un atto d’amore dovuto a Dick ed è una lettura obbligata anche per gli ammiratori di Lethem. “Chronic City”, dopo la lettura di questo volume, apparirà sotto una nuova prospettiva. “Crazy Friend” è un testo che funziona o si blocca avvitandosi su se stesso. Lethem propone anche alcuni suoi racconti “dickiani” (uno o due non sono male). E’ un libro, probabilmente non riuscito, ma affascinante, che ti ringrazio di avermi fatto leggere. Un abbraccio, E.
Jonathan Lethem, “Crazy Friend” (ed. or. 2011), pp. 150, 14 euro, Minimum Fax, 2011.
sabato 30 aprile 2011
Oggi è sabato (The pains of being pure at heart e altro).
Stavo leggendo "Generosity" di uno dei più grandi scrittori al mondo, Richard Powers, e a pagina 120, proprio quando i fili iniziavano ad annodarsi, il libro è scomparso, penso mi sia stato sottratto in farmacia dove lavoro, o almeno per quello che penso del luogo dove lavoro ci starebbe (i reati sono all'ordine del giorno: come in tutta Italia, non è un mistero per nessuno).
Quindi ho ordinato subito una copia di "Generosity" e, visto che c'ero, anche di un libro di DeLillo del 1976 (che Einaudi pubblica ora in hardcover... è l'Einaudi, d'altronde, cosa ci si può aspettare? Il fondo lo hanno già toccato, ed è da un pezzo che hanno iniziato a scavare, probabile che sbuchino agli antipodi, e, si spera, ci rimangano).
Ho iniziato questo post, dicendo che sono stato alla FNAC... Diverse librerie indipendenti hanno chiuso; in molti casi è un bene. Ora devo chiarire il concetto: se la libreria indipendente non possiede l'altissima qualità riscontrabile ad esempio alla CS (Cooperativa Studi) di Via Ormea, 69 a Torino, può chiudere tranquillamente, perché è un luogo inutile. Mi trovo perfettamente a mio agio, se non c'è una folla insopportabile, in posti come la FNAC; ad esempio sono stato alla Edison di Firenze e ho speso il 15% in più comprando gli stessi libri, che avrei potuto comprare alla FNAC, in una libreria con bar e tutto il resto (la disposizione dei libri non mi piace, alla FNAC è migliore: sapete se si mettono i libri per editore o genere, bisogna scriverlo ragazzi della Edison, comunque non ho capito come li disponete e non mi interessa, tanto non entrerò da voi neppure se diluvia; c'è il portico davanti...). Allora quando una piccola libreria chiude non mi dispero: in genere, non sempre ovviamente, sono gestite da persone che di libri ne sanno meno di me 15 anni anni fa (fare il confronto ora sarebbe come sparare sulla crocerossa), fanno pagare tanto, troppo, un servizio pessimo; chiudere è una buonissima cosa. Alla Edison con quello che ho speso mi avrebbero potuto regalare un segnalibro, magari anche due o tre, se proprio non vogliono fare alcuno sconto, invece di avere un atteggiamento odioso. Ora leggo "Voci dalla luna" di Andre Dubus pubblicato in una stupenda (come al solito) edizione dalla Mattioli 1885.
martedì 15 marzo 2011
Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler
Una miscela perfetta di western e noir, se ricordate che Leonard ha iniziato scrivendo racconti western, potete capire l’affinità tra i due generi (la raccolta di Leonard è disponibile in edizione Einaudi, tradotta benissimo). “Notte di sangue a Coyote Crossing” è il titolo italiano, più pittoresco dell’originale “The deputy” (L’aiuto sceriffo), e in effetti ci troviamo proprio a Coyote Crossing, Oklahoma: “Da come eravamo fuori mano non prendevano neanche i cellulari. E non c’era copertura satellitare. Era come vivere in un'altra cazzo di dimensione. Chissà perché si erano presi la briga di segnalarci sulle cartine stradali”.Victor Gischler sa usare il linguaggio, calibrando ironia e fascino delle parole: “Mi accesi una sigaretta e aspirai a fondo, soffiando poi nella notte una lunga scia di fumo che restò immobile aspettando di scroccare un passaggio a una folata di vento”.
Cadaveri, intrighi, amore paterno, Gischler riduce le dimensioni dell’ambientazione per concentrarsi sui personaggi, però come nel precedente “Pistol Poets” sceglie di rimanere in Oklahoma, stato in cui ha insegnato, anche se da tempo vive in Louisiana.
Un romanzo breve asciutto che, tolto l’epilogo, si svolge tutto in una notte. Toby Sawyer, l’aiuto sceriffo appunto, in poche ore si lascerà alle spalle, definitivamente, i sogni della gioventù, per entrare nell’età adulta, un romanzo di formazione di poche ore, ma efficace e diretto. Il western di Ed Harris, in versione più ironica, ma non meno pericolosa, unito al noir di Elmore Leonard: la ricetta di Gischler appare semplice e a saper gestire la scrittura dà un risultato straordinario.
NOTA: in libreria dal 26 marzo.
Victor Gischler, “Notte di sangue a Coyote Crossing” (ed. or. 2010), pp. 207, 14 euro, Meridiano Zero, 2011.
mercoledì 26 gennaio 2011
Peggior libro del 2010: Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda
La scrittura, infantile, ammorba l’aria; il testo, se presentato come lettura per le scuole medie, avrebbe un senso. Messo insieme alla mole di libri pubblicata, e con cui va paragonata, affonda. Pensate a capolavori come “Let The Great World Spin” di Colum McCann. Il ricatto del volume di Geda, assolutamente non voluto dall’autore, che presumo persona onestissima, sta nel narrare una vicenda dolorosa, di disperazione e redenzione che molti lettori prendono come un assoluto. Il giudizio è apodittico. Le lacune della trama, il fatto di non essere neppure lontanamente un’opera letteraria passano in secondo piano. Non ti piace? Sei un terribile misantropo. Per dire di questi volenterosi lettori di Geda: mi hanno anche insultato, perché non mi era piaciuto il libro. Pesantemente. Sono queste le deviazioni dell’etica che il lettore costantemente esprime con il suo giudizio o con l’acquisto di un volume (non l’ho pagato): la deriva culturale del paese non è imputabile ai vampiri o a Geda o a infreddoliti numeri primi, grava semplicemente sulle spalle degli entusiasti lettori, i volenterosi carnefici della letteratura, e sugli editori che danno spazio a questi aborti e anche ai loro elogi (le riviste sono ugualmente, anzi, doppiamente colpevoli), abdicando a una severità che è spirata almeno una decina d’anni fa. Rimangono pochi, resistenti, a volte inutili occhi a scrutare il deserto.Per un attimo ritorna la calma, scarto il pacchetto, legato con lo spago, che racchiude la traduzione di Hidden Files di Derek Raymond. Là fuori esistono altre voci, altri mondi, altre menti. Schegge. Affrontare tutto questo orrore “a colpi d’ascia”, ripensando a quando, stupito e quasi commosso, leggevo Bernhard. Un secolo fa, ero al liceo. Tutti erano vivi.
martedì 4 gennaio 2011
Una vita come le altre di Alan Bennett
Alan Bennet ha una vita lunga, alle spalle. E’ nato nel 1934, quindi – anche se me lo immagino come un eterno ragazzino – siamo di fronte ad un uomo fatto. Un uomo che, per la prima volta, si misura in tutto e per tutto con sé stesso.Le sue piece e i suoi romanzi sono ricolmi di aneddoti, situazioni ed equivoci che Bennet ha “prelevato” dalla sua variegata esperienza personale, ma qui siamo su un piano diverso. Qui la vita non è ispirazione, è materia narrativa.
Mi sono chiesta, leggendo: ma a me tutto questo interessa? Se non fosse la vita di uno scrittore che mi ha fatto sorridere e riflettere, mi interesserebbe davvero? E la risposta è: sì. Perché Bennet è uno straordinario narratore, e la passione, l’intelligenza, e soprattutto l’onestà che contraddistingue i suoi scritti, qui raggiungono livelli altissimi.
La sua famiglia, così ordinariamente normale, così tragicamente normale, giunge a noi vera, vivida, pulsante.
La madre, malata di depressione, schiacciata da due sorelle che amano il bel vivere e sono sfrontate e sorridenti, il padre, onesto e buono, timido, come la moglie, restio al sorriso eppure di una tenerezza e di una sensibilità commoventi. Il nonno materno suicida, il seme di una follia che lento e tenace percorre la storia dei Bennet, come una premonizione, una minaccia, una condanna.
Realismo e onestà.
Niente buonismi, né piagnistei.
Se Bennet deve dire che a volte non sopporta sua madre, che forse non ne sentirebbe tanto la mancanza, lo dice. Senza girarci intorno, senza giustificarsi. Riesce ad astrarsi pur rimanendo assolutamente partecipe, dimostrano un obiettività senza pari, ed una maturità che – credo – si possa raggiungere solo col tempo. Io di certo non sarei in grado, adesso, di manipolare la mia vita, plasmarla nell
e mie mani per farne una storia, per consegnarla ad altre menti, altre mani, altre voci. La parola chiave, probabilmente, è: accettazione. Quando la maggior parte della nostra vita è alle spalle, quando i nostri occhi sono quasi stanchi per il troppo vedere, per il troppo guardare, allora ci scopriamo sereni nell’analizzare ciò che siamo, i luoghi ai quali apparteniamo, le persone che ci hanno accompagnato, in qualche modo, fino a quel punto.Una vita come le altre.
Già.
Colma di quotidiane tragedie, quotidiane noie, quotidiane sorprese.
Il dolore è presente, pesante, quasi opprimente, ma Bennet ci dimostra magnificamente come si possa accarezzare tutto con una vena di intelligente, amara ironia.
“Inoltre, è sempre sconsigliabile lasciarsi sfuggire qualcosa in mia presenza perché, da buon istrione, sono sempre pronto a spiattellarlo se penso di poter finire anche solo un istante sotto i riflettori. Le zie invece sono meno prudenti dei miei genitori e non perdono occasione di farmi commenti irrispettosi su mamma da bambina o anche mamma al presente. Durante la guerra penso spesso alla fortuna di essere nato in Inghilterra e non di vivere in un Paese occupato, per non dire in Germania: in realtà i veri fortunati sono mamma e papà, perché li consegnerei alla Gestapo senza battere ciglio, se questo significasse guadagnare il centro della scena.”
La semplicità di un uomo che ha due completi: il solito e l’elegante, che se si sforza di sorridere sembra Somerset Maugham corrucciato, che resta accanto ad una moglie ferita, terrorizzata, che teme tutto e tutti e si smarrisce nei meandri di una mente impazzita. La solidarietà tra i genitori di Bennet, la loro complicità, fatta di cose semplici, fatta di “cose noiose”, fatta di “non siamo adatti a questo”, fatta di distanze, è straordinaria; crea quasi una sorta di invidia, perché la verità è che tutti vorremmo questa tenacia, questa forte, indissolubile relazione, forse intrisa di ordinarietà, ma salda attraverso il buio e solida in un mare di luce.
Una delle immagini più belle è quella del matrimonio, organizzato dal padre la mattina presto, quasi di fretta e in completa solitudine, per evitare a una moglie terrorizzata da folle e convenzioni un inutile circo.
“Ecco perché non c’era la foto sulla credenza o nel cassetto della toilette. Alle otto di una fuligginosa mattina di settembre doveva esserci poca luce, senza contare che per scattare la fotografia ci voleva tempo, e comunque mio padre avrebbe etichettato la faccenda come ‘cancan’. Ma se io fossi un poeta scriverei di quei momenti nella grande chiesa vuota, dello sposo sulle spine, in abiti da lavoro, della sua sposa titubante, e del vicario, uomo di mondo, in piedi sui gradini dell’altare ad aspettare i rintocchi della campana: la pausa prima del via.”
Bennet ci consegna un universo, una vita, un quadro colmo di colori, sfumature, imprecisioni. Non uno di quei capolavori che lasciano senza fiato; piuttosto, uno di quei quadri che vorremmo con tutto il cuore aver dipinto noi, imperfetti e assolutamente autentici, specchi di ciò che siamo, echi di ciò che siamo stati e finestre su ciò che ci apprestiamo ad essere.
(Chiara Biondini).
mercoledì 24 novembre 2010
Un caso per tre detective di Leo Bruce
Con lo pseudonimo di Leo Bruce, l’inglese Rupert Croft-Cooke, scrisse decine di polizieschi a partire dagli anni Trenta. In questo romanzo, per la prima volta, entra in scena il pragmatico sergente Beef, protagonista di altri sette libri, ma la caratteristica principale di “Un caso per tre detective” è un uso riuscitissimo della parodia. I tre detective del titolo non sono altro che le caricature di Lord Peter Wimsey, investigatore all’epoca molto noto, e poi Hercule Poirot e Padre Brown, interpretati dall’istrionico Amer Picon e dal catatonico Monsignor Smith.La vena di umorismo che percorre l’intero racconto, un classico delitto della camera chiusa, si intreccia alla perfezione con una trama ricca di eventi e supposizioni. Alla fine il lettore avrà ben tre ipotetiche risoluzioni dell’enigma, a cui si aggiungerà quella del sergente Beef o, come dice Picon, “il nostro buon Boeuf”. Un romanzo che può essere un’ottima lettura oppure un regalo di Natale perfetto: se chi lo ricevesse, lo avesse già letto, tanto meglio per voi. Imperdibile.
Leo Bruce, “Un caso per tre detective” (ed. or. 1936), pp. 265, 13,90 euro, Polillo, 2010.
mercoledì 3 novembre 2010
L’isola dei naufraghi di Natsuo Kirino
Il naufragar, nelle pagine della Kirino, non è dolce per niente.Questo libro, scritto nel 2008 e pubblicato nel 2010 da Giano, è un romanzo altalenante, ora pacato, riflessivo, quasi meditabondo, ora prepotente e ricco di azione.
La quarta di copertina è leggermente fuorviante; ci sono sì molti uomini naufragati su un’isola deserta, e una sola donna, e viene sì fatto un sorteggio nel decidere chi ne sarà il marito, ma tutto ciò è precario: già nelle prime pagine questa “routine” verrà sconvolta. Il tutto infatti parte dal rammarico di Sayako nel percepire che il quarto sorteggio per la scelta del suo nuovo marito è un evento del tutto ordinario, che scivola quasi nell’inutilità. Ove prima lei era desiderata, bramata, seguita, sognata, ora è semplicemente accettata, in certi casi ignorata.
Gli uomini si stanno rassegnando, lei non è più giovane, eccetera eccetera.
Nel prosieguo della storia, veniamo portati ora avanti, ora indietro, seguendo lo sguardo di personaggi diversi tra loro. Ognuno di essi porta con sé una prospettiva, ognuno di essi ci dà dettagli sconosciuti agli altri e così, in un gioco di prospettive, la storia si dipana, si avvolge su sé stessa, si distende.
Giapponesi, cinesi.
Leader ed esiliati.
Pazzi e santoni.
Sayako. Unica donna. Regina prima, traditrice poi. Comunque sempre al centro degli eventi.
La Kirino costruisce un universo racchiuso da barriere coralline, fatto di sopravvivenza, rimpianti, ricordi.
Qui manca quella sorta di inquietudine, di terrore serpeggiante, la sensazione che qualcosa di terribile stia per accedere. Il tutto è più un modo per descrivere, deridere, analizzare la società nipponica, i suoi limiti, i suoi stereotipi.
Non è un libro sopra la media, è un libro ben scritto che intrattiene senza stupire; le ultime 100 pagine, nelle quali le acque si dovrebbero increspare, sono un mero palliativo. Il finale, in fondo, è un qualcosa che ci si aspetta.
Poteva essere meglio, poteva essere peggio.
L’ordinarietà è tranquillizzante, ma la grandezza è altro.
(Chiara Biondini)
martedì 13 luglio 2010
Una lunga strada da fare di Peter S. Beagle
Il tempo passa e il resto vaNew York San Francisco. Primavera 1963.
“Sempre intatti dentro questo libro”.
Phil e Peter partono da New York, attraversando un’America sulla soglia della caduta; nel viaggio si consumerà il rito di passaggio all’età adulta. Il viaggio è oltrepassare alcune soglie, e spesso, troppo tardi, ci si accorge che non si può tornare indietro.
Nell’essenziale e dolorosa postfazione, il racconto di viaggio è messo in prospettiva. Peter S. Beagle perderà il suo amico Phil: per oltre vent’anni non si parleranno. Codardia, impossibilità di scegliere, e in ultimo responsabilità: una nuova vita chiede una dedizione totale, altro che l’eroina di Lou Reed.
Anch’io non parlo con un amico da più di dieci anni. In effetti era parecchio pallido l’ultima volta che lo vidi. L’areazione non è il massimo quando sei su un tavolo di marmo del dipartimento di medicina legale. Probabilmente da allora sono una persona peggiore e migliore allo stesso tempo.
Una grossa fetta di mondo (persone appese a fragili menzogne incluse) non sembra più esistere. Credevamo. Non so bene in cosa, però. Sicuramente era obbligatorio ridere, tentando un tiro da tre punti, sospesi a mezz’aria. E tanti libri seriosi, stupidi, completamente falsi suscitano ora quasi compassione, mentre un tempo sarebbero stati materia di scherno. Era tutto uno scherzo. L’esame di maturità, una passeggiata. La tabella coi risultati veniva appesa, mentre noi eravamo tra Calais e Dover.
Spero che Beagle non si offenda. Anche il suo libro comprende ampie divagazioni. Gli scooter, Jenny e Couchette (ognuno chiama le cose come gli pare), sempre sul punto di rompersi (soprattutto Jenny), sono le macchine del tempo di Peter e Phil. E’ il 1963, passeranno più di quindici anni prima che William Least Heat-Moon scriva il suo capolavoro “Strade blu”, ma soprattutto è primavera, e il novembre di Dallas, della collina del killer, di Kennedy, l’inaugurazione della caduta dell’America sembra distare secoli.
In fondo tutti i libri sull’amicizia (e tralasciamo i versi di Omero) sono sempre qualcosa d’altro. Penso a “Il lungo addio” di Raymond Chandler, ma anche a esempi più recenti, come il rigurgito di Craig Silvey, “Jasper Jones” (tradotto perché in Australia è arrivato in alto nella classifica delle vendite, e allora spero che l’Australia sia invasa dai libri di Gramellini e Geda). Anche Peter vuole raccontare di più. E lo fa.
“E’ sempre il giorno dopo domani quello che inseguiamo e di cui abbiamo paura”.
A S. in memoria: alla fine mi sono fermato.
Peter S. Beagle, “Una lunga strada da fare. New York San Francisco. Primavera 1963” (ed. or. 1965), pp. 279, 18 euro, Mattioli 1885, 2010.
martedì 15 giugno 2010
Non conosco il tuo nome di Joshua Ferris
Ci sarebbe da dire che, già dopo due romanzi, Ferris può essere inserito in quella schiera di autori americani che vedono in Richard Powers lo scrittore di punta, fuori dal brusio degli ultimi figli del postmoderno con Roth che, parlando di “fica”, pensa di essere ribelle o nuovo. Ma non lo dirò. Troppa materia e vita e pensiero in quest’opera: una tesi non basterebbe.Il romanzo di Joshua Ferris contiene pagine straordinarie. Forse lo sono tutte. Tim è un avvocato. Tim soffre di qualcosa, una malattia senza nome. Può camminare per ore, per giorni. Può cadere poi in un sonno pesante e risvegliarsi non si sa dove. Le dita congelate. L’inizio è una scossa. Passando oltre il lettore si avvicina sempre più a Tim. L’autore vuole definire attraverso situazioni familiari oppure surreali, per la presenza della malattia, la vita come non ci è possibile immaginarla: è un quadro insieme astratto e realistico fin nei minimi dettagli. E’ la visione che il lettore non attende, comunicata attraverso un piano narrativo e uno viscerale. Cercare di accettare qualcosa di incomprensibile, una sensazione che è molto più profonda dell’accogliere la fede: le parole di Joshua Ferris in “Non conosco il tuo nome” (“The Unnamed”) hanno questo potere, ci conducono lì, su quel bordo ai limiti della vita e con tutta la forza che rimane in ogni singola cellula riusciamo a guardare oltre. Non è una visione che può lasciare indifferenti.
L’amore per la moglie Jane è un altro nodo fondamentale della trama: “Ciascuno scrutava l’essenziale mistero dell’altro, ma in quei momenti di silenzio si trasmettevano la comprensione di un mistero ancora più impossibile: il loro essere insieme, il riconoscimento reciproco che entrambi avrebbero sopportato le direzioni ribelli che avevano preso e che entrambi, malgrado la loro inviolabile separatezza, sarebbero rimasti”.
Lentamente quello che inizialmente potevamo chiamare, con termini novecenteschi, male di vivere si trasforma in una rivelazione più profonda. Tim combatte contro il suo corpo, contro le marce imposte: “Vai avanti in eterno. La tua singola nota ripetitiva, è pesante”. Il breve lampo che coglie il bambino davanti allo specchio è moltiplicato per mille, per milioni. Questo è “Non conosco il tuo nome”: il corpo, la malattia, la vita, la morte affrontati con un approccio mai visto, sentito, Joshua Ferris è in grado di modulare le parole fino ad arrivare ai quadri finali. Paragrafi che si fanno più brevi. Anche alla fine, nelle ultime pagine, Ferris riesce a rendere tutte le sensazioni di Tim in modo tanto vivido da far sentire lo strisciare di una lacrima o il senso stesso del desiderio. Materia e pensiero. Non ho più posto dove stare, l’eterna condizione di Tim che lo pone in un mondo altro da questo (eppure è qui, questa è la grandezza dell’opera) ci ricorda tutto quello che non dobbiamo dare per scontato. L’amore. La casa. Certo. E neppure un romanzo che è semplicemente un capolavoro.
Joshua Ferris, “Non conosco il tuo nome” (ed. or. 2010), pp. 349, 16,50 euro, Neri Pozza, 2010.
venerdì 28 maggio 2010
L'aiuto di Kathryn Stockett
Anni 60, Mississippi. Questo basterebbe già a intuire la non facile gestione della materia narrativa. Poi si osserva la foto di copertina: è splendida, e cattura in pieno l’essenza del romanzo, nel quale spesso le domestiche si telefonano l’una con l’altra per aggiornarsi sulle novità, sfogarsi, o avvisarsi di un pericolo.Il romanzo della Stockett colpisce per la sua intensità, ci si sente risucchiati nella calda e appiccicosa atmosfera del sud, e questo forse anche perché l’autrice conosce bene la realtà che ci racconta: è nata in Mississippi e per anni ha avuto una domestica di colore.
In fondo, la storia è di quelle già note: da una parte l’opulenta società dei bianchi, dall’altra la fervente comunità dei neri. Giovani signore ricche che si affannano in feste di beneficenza, domestiche di colore che si affannano dietro ai loro figli e a magioni lussuose.
Sono – in fondo – cose già sentite – ma come sempre, nei buoni libri, a fare la differenza è la scrittura: la Stockett è partecipe, lucida, intensa ed emotiva, senza risultare buonista o accattivante. I suoi personaggi hanno il giusto spessore, si fanno ricordare, si imprimono nella mente con gesti e parole.
C’è la saccente che tratta i domestici di colore come persone infette, la remissiva che fa di tutto per compiacere la saccente e si perde la gioia di crescere i suoi figli, c’è la giovane laureata con tanta voglia di cambiare le cose, c’è la (finta) svampita biondo platino con un grande segreto.
E poi, ci sono loro: le domestiche. Quelle che davvero conoscono il significato della parola “Help”. Aiuto. Di questo si tratta. Delle loro voci raccolte in un libro che (forse) farà la differenza.
I capitoli sono a più voci, di volta in volta volte seguiamo il punto di vista ora di Skeeter
, la bruttina, ma sveglia che cercherà di fare la differenza, ora di Aibeleen, domestica che scrive le preghiere su un quaderno perché siano più efficaci, ora di Minny, domestica dalla boccaccia impertinente.E’ probabile che questo non sia un capolavoro, è probabile che questo libro non cambierà il corso della letteratura.
Quello che è certo è che un libro valido, un libro scritto sapientemente, denso di figure femminili forti o fragili, insopportabili o umane al di là di sé stesse. Quello che realmente ho apprezzato è stato il suo non adagiarsi su facili soluzioni, buonismi da quattro soldi, lieti fini confezionati ad arte.
Kathryn Stockett non dimentica la realtà, pur sapendola addolcire con il calore della speranza.
(Chiara Biondini)
mercoledì 21 aprile 2010
Assalto a un tempo devastato e vile. Versione 3.0 di Giuseppe Genna
L’inizio vibratile, che scuote le vele di immagini. Svanisce tutto nella presenza.Un libro che si autodefinisce come incompiuto. Primo e ultimo. Genna, dopo “Italia De Profundis”, si addentra nella sua opera fondamentale e fondante, per la sua scrittura e per la sua persona. Racconto, memoria, citazione, sbavatura barocca sopra il germe di una filosofia ansiogena (“Viviamo l’Epoca del Trauma”): Assalto è un testo ricco di sfumature, di odori rancidi, di profumi speziati, di sudore e morchia, dissertazione sul lavoro che mi consuma e mi riduce schiavo ogni giorno, ogni ora, legato a una rete che analizza i bisogni. Come disse Baudrillard: “Il consumatore è un lavoratore che non sa di lavorare”.
Genna, dopo dieci anni dalla prima pubblicazione, arricchisce il testo con inserti e citazioni. Foster Wallace: “E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più e che noi dovremo essere i genitori”.
L’era del Trauma è l’epoca delle storie e “le storie sono vuote”. Rimandando a Burroughs, Genna afferma che la fantascienza sarà la sua ultima allusione.
Un capitolo analizza il ’68. Smonta il movimento usando György Lukács che “riassume l’atteggiamento di questa élite, illegittimamente uscita dal ’68 e attualmente irradiante disvalori dalle plance tecnocratiche che si contenta di gremire”. E ricordo A. S. e sua moglie e i loro amici (tecnocrati d’alto rango del CNR o di istituti pubblici o privati) lettori di Mao: le peggiori persone mai incontrate nella mia vita, ora lo comprendo. Genna inserisce poche righe di speranza: l’esplosione sempre possibile.
E dopo i falsi padri, il lettore può trovare la morte, narrata già in “Italia De Profundis”, del padre vero. Un suo quaderno. Le sue poche parole. Un amore che l’autore non può comprendere.
Noi abbiamo questo libro: racconti, ricordi, descrizioni, visioni, allucinazioni, poesia, prosa e abbaglianti filamenti di presente scritti molti anni fa, con più precisione di quanta se ne potesse desiderare. “L’inizio mi accompagna e cresce e diventa fine, una dorsale che sviluppa la cartilagine del disagio e dell’inoltramento”.
E’ la città strinata di nebbia e zolfo, periferia culla dell’esplosione, che Genna indaga. A volte sono solo miccette da niente. “Una volta mi vidi a specchio in una vetrina e inorridii, poi vidi il vetro”.
“End Zone” di Don DeLillo è ampiamente citato, prelude al finale del libro stesso, che però si è detto, non finisce. “I Nomi”, “Il Cratilo”, “Vineland”: DeLillo, ancora, Platone, Pynchon. “Non esiste terapia all’umano o per l’umano, se non la sua estinzione” e subito aggiunge: “Questo sogno è terapeutico”.
“Ogni genere (letterario, psichico, morale, fisico) è stato stuprato, affinché si aprisse lo spazio senza genere: uno spazio generico, una End Zone. E’ tale il luogo in cui il desiderio, finalmente realizzato, o l’esperienza finalmente compiuta, vengono trascesi, in modo da essere visti quali sono: desiderio ed esperienza”.
Arretro di fronte a questo groviglio di parole colmo di esche, inneschi e fughe.
Aprile del 2010 / ascoltando Four Tet, There Is Love In You.
Giuseppe Genna, “Assalto a un tempo devastato e vile. Versione 3.0”. pp. 325, 15 euro, Minimum Fax, 2010.
lunedì 29 marzo 2010
La cattiva strada di James Crumley
Quando James Crumley scrive questo romanzo è il 1983 (circa), sono passati vari anni da “Il caso sbagliato”, l’altro noir che vede Milo Milodragovitch protagonista. Crumley ha sempre scritto poco. La sua prima opera, “Uno per battere il passo”, è stata tradotta da una piccola casa editrice e narra della sua esperienza nell’esercito.Scrittore avvolto da un’aura leggendaria, oltre che dalle esalazioni dell’alcol, Crumley è il personaggio a cui è dedicato un intero romanzo di Patrick Raynal, direttore all’epoca della Série Noir per Gallimard “Cercando Sam” che contiene, come un inserto, la citazione del Dead Perfect Solid Martini. Era il 1998, i noir Einaudi avevano un’impronta nera sulla costola, conoscevo Raynal per fama e Crumley perché Luca Conti, che avrebbe poi ritradotto le sue opere (non ha ancora finito se si vuole essere precisi), ne parlava come di un mito vivente. Il suo ricordo per la morte di Crumley è un distillato di malinconia ed epica grandezza. Che poi, Conti lo sa bene, Crumley avrebbe preferito un altro martini a tutta l’epica e la grandezza, o almeno è quello che avrebbe risposto se interrogato in materia.
“La cattiva strada” fa risplendere un’opera già apparsa nei Gialli Mondadori (“Dalla parte sbagliata”: comunque il titolo originale è “Dancing Bear” e il lettore è bene che lo sappia visto che l’orso, danzante o stecchito, è un elemento della trama). Milo si trova invischiato in una storia di cui non si riesce a trovare il senso. Pedinamenti, fughe, esplosioni. A un certo punto il protagonista è stremato (nel romanzo ha quarantasette anni): “Ma che cazzo pens
ai. Se quei pezzi di merda mi stanno alle calcagna, se vogliono fare secco un vecchio scorreggione come me, già mezzo morto di paura, adesso sono cazzi loro. Mi trovano proprio caldo, schizzato a questo modo. Soprattutto perché, a parte la coca, mi ero sistemato alla grande: mezza dozzina di bombe a mano , un’arma automatica [un Ingram M-11 - n.d.r] e nove caricatori pieni”.Nei libri di Crumley il western è mescolato al noir, solo che l’eroe non è mai senza macchia; a parte l’alito che sa di Schnapps, le pupille tradiscono un uso continuo di cocaina. Questo l’autore lo sa benissimo e anche Milo: “Ero tornato a lavoro da sole ventiquattro ore e già facevo schifo al cazzo. Sembravo un cadavere ambulante di serie B, un uomo in fuga da se stesso”.
E’ la vita che siamo sempre costretti a trascinarci con noi, che ci definisce e, a volte, ci condanna. I noir di Crumley non sono un elogio alla sregolatezza: la paura e il desiderio sono i sentimenti più forti, e dominano le vite di molti suoi personaggi in un modo che non spereremo mai di incontrare.
James Crumley “La cattiva strada”, (ed. or. 1983), pp. 292, 18 euro, Einaudi, 2010.
martedì 2 marzo 2010
Il sangue è randagio di James Ellroy. Dov’è quel piccolo clic che collega tutto.

Un solo nome: Klein. Un solo collegamento: Dave Klein. Un omaggio. Una sola conclusione con i fili ancora appesi, pronti al corto circuito, aperti. Scintille sul finale della tetralogia di Los Angeles. “White Jazz”. Ora questo. L’ultimo volume di “Underworld America”.
JFK. Morto. MLK. Morto. RFK. Morto. “Tricky” Dick in corsa contro Hubert H. Humphrey per la Casa Bianca. Gli uomini dietro le quinte. Dwight Holly. Wayne Tedrow Junior. Infiltrazione. Riciclo di denaro. Disinformazione. “Il sangue è randagio” si apre con una rapina: denaro e smeraldi. Un filo che legherà insieme troppe vicende. “Dimmi qualcosa. Dimmi tutto”: come sempre Ellroy non si risparmia. Alterna anfetamine e barbiturici. Impenna la storia, la incrocia con la Storia, le vicende si contorcono, rituali voodoo, erbe haitiane, la visione si sfalda. Leggo. Alcune pagine diventano sfuocate. Qui qualcosa non torna: bisogna leggere ancora. Non si può smettere. Impilo i romanzi come fascicoli. Donald Crutchfield con strane assonanze con Ellroy da giovane. Furti nelle case. Dexedrina. Ossessioni. Donne. Fotografie. Biancheria intima. “I miei luoghi oscuri” infiltrato nella trilogia. Trilogia di fascicoli. Di Romanzi. R. Erre maiuscola. Tutto finto. f. Effe minuscola. Nessuna regola. Le regole sono note. I problemi non esistono, se non esiste una soluzione. Sudore sui fogli. Fuoco nelle strade. 1968: le micce sono accese. Tutte. Il romanzo corre. Vite che s’intrecciano troppo tra di loro. La storia di James Ellroy o la si vive (in parte) oppure è inutile accostarsi a questo autore. Riprendo il precedente fascicolo: Sei pezzi da mille/marzo 2001/L.39.000 – 20,14 euro. Sulla prima pagina una “J” strascicata. Un piccolo marchio.
La mazza da golf sul cranio di W. T.: un finale ondeggiante. “Sei pezzi da mille”: pagati. “Il sangue è randagio” riparte da lì. Da quel finale. Non è che un ultimo enorme tassello nella storia/Storia di Ellroy. “Underworld America”, ispirata a “Libra”, a “Underworld”; libri che avrei letto. Dopo.
Donald Lindscott Crutchfield. La tappezzeria che si anima. Collegamenti che diventano chiari. Clic. La rapina. Clic. L’assassinio brutale. Ossessioni continue. “-Perché fai queste pazzie?-. -Perché voglio piacere alle donne-”. E le donne, scomparendo, rimangono. Vive.
Come sempre in Ellroy un personaggio può morire in poche righe. E accade. J. Edgar Hoover è l’ultima morte “storica”, ma un attacco di cuore, può avere molte spiegazioni. Provate q
uesta.Il Watergate resta fuori, sospeso, una presenza che rimane indelebile, non serve la scrittura. E la scrittura di James Ellroy non è epica, perché mito essa stessa: la trilogia usa “la verosimiglianza senza scrupoli”, trascina il lettore per oltre ottocento pagine, devia, assolve senza redimere, crolla. Tutto è iniziato con “American Tabloid”. Il primo colpo. Dalla collina: Dallas 22 Novembre 1963. In memoria di quello che eravamo.
Dimmi qualcosa?
NIE sucks.
James Ellroy, “Il sangue è randagio” (ed. or. 2009), pp. 859, 24 euro, Mondadori, 2010.


