Visualizzazione post con etichetta Percival Everett. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Percival Everett. Mostra tutti i post

venerdì 13 marzo 2009

Ferito di Percival Everett. Feriti comunque.

Con “Ferito”, romanzo del 2005, Percival Everett esplora il genere western, o come dice lui, scrive un romanzo ambientato nel West. Wyoming, pianure, cavalli selvaggi e muli diabolici. Un’ironia dolce accompagna e scalda la cadenza degli eventi, il passo di marcia verso la morte.
L’omicidio di Matthew Shepard, avvenuto vicino a Laramie nel 1998, è lo spunto del romanzo: un omicidio causato dall’odio per gli omosessuali. Nel 2007 venne presentato al congresso degli Stati Uniti il Matthew Shepard Act. Sebbene fosse una proposta bipartisan, alla fine Bush impose il suo veto: la legge prevedeva un coinvolgimento del Bureau per crimini simili e un inasprimento delle pene come per i delitti a sfondo razzista. Il gesto di Bush, alla luce della sconfitta di McCain, appare patetico quanto le azioni di Nixon prima delle sue dimissioni: l’amministrazione Obama si è impegnata a far passare il Matthew Shepard Act.
Per tornare dalla realtà alla finzione, il protagonista del libro e narratore in prima persona è John Hunt, un nero che alleva e addestra cavalli. Insieme a lui il vecchio zio Gus. Come il protagonista de “La cura dell’acqua” anche Hunt ha subito una perdita, la morte della moglie, proprio su un cavallo non ancora domato. I protagonisti di Everett nei suoi ultimi romanzi appaiono sempre “feriti”. Forse perché “nessuno ha l’esclusiva dell’odio in questo paese”: il nero Hunt, il pellerossa vittima di alcuni neonazisti che lo minacciano uccidendone gli animali e chiamandolo “negro rosso”, o gli omosessuali, come il giovane David, figlio di un vecchio amico di Hunt.
Un romanzo stupendo ricco di immagini simboliche, ma mai pretestuose, come la caverna che compare più volte nella vicenda.
Everett esplora il lato oscuro dell’America, qui o nel suo romanzo successivo (La cura dell’acqua).

“Ferito” offre al lettore una struttura più lineare e un approccio più “facile” rispetto alla costruzione sperimentale di “The Water Cure”. E’ una visione ancora più cupa del West di Cormac McCarthy. I momenti di tenerezza o di semplice stupore di fronte alla bellezza della vita, il deserto rosso, il cucciolo di coyote che ha lottato ed è sopravvissuto, oppure l’amore rendono la malvagità dell’uomo meno comprensibile e allo stesso tempo inevitabile. Come la morte.
Everett esplora ed inquieta, d'altronde “è questo che fa tanta paura di una caverna, che qualcuno possa entrarci”.

mercoledì 30 aprile 2008

Possiamo citare Dürrenmatt, possiamo citare Kafka, ma possiamo anche non farlo



Il romanzo (ma sarà un romanzo?) di Percival Everett è costruito con gli appunti che l'autore ha preso, mentre stava in un loft di Los Angeles nel 2003. L'opera è stata poi assemblata unendo i vari appunti nell'ordine in cui sono stati scritti. Tutto semplice. Però normalmente la trama ha uno svolgimento, se rinuncio all'ordine, che come autore posso imporre alla storia, allora lo svolgimento è affidato al caso. Mi sveglio la mattina e scrivo. Oppure disegno, perché nel libro di Everett ci sono anche alcuni disegni. Se non bastasse ci sono anche riferimenti ai Presocratrici, a Socrate, che offendeva le ostetriche e ai Postsocratici. Ci sono limerick. E brani interi dove la lingua si sposta di una sillaba o di una vocale, in avanti o indietro, o di molte sillabe e vocali. Il fatto è che il narratore, Ishmael Kidder ("Chiamatemi Ishmael") è o era il padre di una bambina. La bambina è stata rapita e uccisa. Il presunto colpevole viene rilasciato. Quello che aspetta il colpevole, tra le altre cose, è il waterboarding o la cura dell'acqua "che non lascia segni tagli graffi o lividi, non lascia tracce o prove, solo i guaiti del soggetto, e un dolce ricordo per l'autore della tortura".
Non è un libro sulla vendetta. Il libro è la reazione dell'autore "verso i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti". Everett dice poco dopo: "ho dovuto ritagliare un posto dentro di me dove poter immaginare di trattare una persona in modo così crudele; trovare quel posto mi ha fatto male".Everett riesce a immaginare quel luogo nero dell'animo. Ma il protagonista è stato a sua volta una vittima e quando ridicolizza il molestatore dicendogli che non gliene frega un cazzo delle violenze che il molestatore di bambine può aver subito da piccolo e che lo hanno fatto diventare quello che è ("Mi dispiace non sono un freudiano"), il protagonista non vede quello che vediamo noi. Perché è dentro un frammento. Ed è una vittima.Questo cerchio di violenza sembra solido e in qualche modo destinato a riprodursi sempre identico.
La potenza del linguaggio è tutto ciò che ha l'autore. Everett si affanna a prendere appunti (anche se "odio vedere la parola 'appunti' tra i miei appunti") e a creare qualcosa e a scavare nella lingua (e auguri per la salute mentale del traduttore -molto bravo senza dubbio), ma Everett disegna anche. Nel libro vediamo una linea poi, due, tre, quattro e così per tutte le pagine e poi il disegno prende forma. I frammenti sono in ordine cronologico, ma noi non vi vediamo nessun ordine. Anche i disegni sono in ordine cronologico e noi vediamo comporsi, ordinatamente, la figura, che è l'oggetto del disegno, sotto i nostri occhi. "Noi, tutti noi, siamo e saremo solo punti e linee".
Percival Everett è un grandissimo autore. Potevo fare di più, scrivere ancora, ma leggendo il libro sono stato anch'io in quel luogo oscuro. "La cura dell'acqua" (Nutrimenti) non è una artificiosa costruzione per dire che il Presidente è un idiota (il fatto è in qualche modo marginale). Everett scrive del dolore. Della separazione. Di chi ci ha lasciato per sempre: "Se fossi felice, avrei bisogno di qualcuno. Per condividere questa felicità. Ma questo dolore, questo dolore può benissimo cavarsela da solo". E a dirla tutta, oggi è sabato e mi piacerebbe guardare almeno due o tre puntate della serie "Deadwood" prima di uscire per cena. E poi non sentirò quegli strani rumori che arrivano dalla cantina.