sabato 20 giugno 2009

Nouvelle Vague, Malcolm Middleton e...

Il terzo album dei Nouvelle Vague (il titolo è semplicemente "3") è piacevole, ottime le interpretazioni, come sempre. Si parte con Master and Servant e si continua con Blister in the sun, tra una versione lenta di God Save the Queen e un'altra stravolta di So Lonely, il disco termina con Such A Shame. Copertina e soprattutto libretto sono pessimi (ho una copia con su scritto "ltd 3", magari esistono copie diverse): ma si vede che è molto cool rendere illeggibile il booklet coprendo le lettere con i titoli delle canzoni, e stampare i caratteri sbiaditi, sembra che l'abbiano messo in lavatrice.

Completamente diverso, anche nella stampa, il nuovo lavoro di Malcolm Middleton, ballate cesellate con cura di cui troverete i testi nel booklet (tutto in cartone come si usa fare da alcuni anni) belli in ordine. Un album rilassante "Waxing Gibbous", a tratti malinconico, ma che sorvola la tristezza. Ve la fa vedere da lontano, e voi siete rilassati altrove, ad esempio in una stanza con il vostro amore e magari anche con l'aria condizionata, bei libri intorno ecc. ecc.

E mi accorgo che non ho nominato altri acquisti come "New Tide" dei Gomez, un discreto lavoro, la seconda canzone rimane in testa, non ora perché sto ascoltando "Coming from reality" di Rodriguez.

Sixto Rodriguez ha visto la recente ristampa dei suoi album degli anni 70 (questo in particolare è del 1971 e contiene 3 bonus track), molto meglio della nota raccolta Sugarman. Qui si apprezza la bravura di questo Bob Dylan, nato a Detroit, ma di origini messicane. Un gran bel disco, da ascoltare.



Bello anche il disco di Neko Case "Middle Cyclone". Booklet senza testi, ma divertente. Un disco che scorre via con rabbia e poesia.


Le stesse qualità che si ritrovano, a tratti, nell'ultimo album di Ben Harper, "White Lies for Dark Times", bellissima la sesta canzone, "Skin Thin".

E per finire "Around The Well" di Iron and Wine, Sam Beam raccoglie canzoni apparse in colonne sonore ed EP fuori commercio: il risultato è un buon lavoro, se non ai livelli di "Our endless numbered days" o di "The Shepherd's Dog", questi due CD sono imperdibili per gli appassionati (un EP io l'ho ordinato direttamente dal loro sito, mi è arrivato da Athens, Georgia, mi hanno anche regalato una spilletta...).

lunedì 15 giugno 2009

L'infinito istante, di Geoff Dyer

L’infinito istante” si presenta bene fin dal titolo. Quale immagine più efficace per descrivere quello che è la fotografia? Un qualcosa di statico e dinamico, di presente ed eterno, un contenitore di vita, di storie, che rappresenta non solo ciò che viene catturato dall’obiettivo ma anche – e soprattutto – chi c’è dietro l’obiettivo.

Il saggio di Dyer conserva le caratteristiche del dinamismo; si sposta tra epoche, fotografi, immagini, stili. Ci sono elementi che creano un percorso, una via. Ci sono fotografi che catturano oggetti comuni – come un cappello o una panchina – e così facendo li fanno diventare simboli. Di un’epoca, di un dato momento storico. Di molti momenti, perché i fotografi si rincorrono attraverso gli anni, ed ecco che la panchina fotografata da Evans ricompare in una foto di Strand, ed è chiaro che non è la stessa (sono passati gli anni e sono diversi i luoghi), eppure lo è, perché il soggetto ritorna, si ricompone, riecheggia e ricorda. “Una sedia si può adattare all’ambiente in cui è inserita; una panchina resiste alla bufera, prende qualsiasi cosa la vita le abbia destinato. La sua visione del mondo è fissata, determinata, ostinatamente opposta al cambiamento, eppure impotente a resistergli. Si ha spesso la sensazione che le panchine siano spettatori che osservano scorrere il traffico umano.”

Il libro non è strutturato in veri e propri capitoli; piuttosto, ogni nuovo argomento è anticipato da una piccola citazione. Ed ecco che – prepotentemente – la letteratura si mescola alla fotografia. I poeti parlano delle immagini nei loro versi, sembrano descriverle, gli scrittori trovano ispirazione negli scatti degli artisti, si trovano a parlarne; a loro volta i fotografi leggono Wordsworth, Blake, ma anche Carver e Cheever, e scoprono nuovi modi per fotografare, nuove immagini da cercare, da creare. “Cheever commenta più volte la “qualità morale della luce” e la staccionata di Ormerod – rotta, bianca e brillante, mentre proietta solo ombre leggere – ne è proprio una prova. Nel mondo di Cheever i matrimoni vanno male, continuano, persistono, anche in seguito, quando sembrano crollare. scrisse Cheever nel 1958.”

La scrittura di Dyer è corposa, densa, le informazioni sono molte, si susseguono riga per riga. Si parte da un’immagine e via via si trovano collegamenti, espansioni, nuove forme e modi di vedere. Dyer riesce a farti notare quei piccoli dettagli che sembrano a prima vista insignificanti, ma che – spesso – sono quanto di più essenziale contenga la fotografia.

Prendiamo – ad esempio – “New York”, di Winogrand, 1968. Il cieco è certamente il soggetto dello scatto, ma altrettanto importante diventa la donna dall’aria “hippy” che sta facendo cadere una moneta dentro la tazza, così come la donna ben vestita dall’aria sera che sembra volersene scappare, nell’indifferenza più totale. Creano un micro-cosmo, un mondo che si è fermato in quel preciso momento per permettere a noi di osservarlo. Un altro fotografo si sarebbe concentrato su altri dettagli, fornendo un quadro completamente diverso, ma questo, queste persone, in questo modo, è ciò che Winogrand voleva che vedessimo. Ecco apparire l’infinito istante.

Non ci sono tecnicismi. Non aspettatevi di trovare dissertazioni su aperture del diaframma, ed esposizione, e scala di grigi. Dyer non è un fotografo, non è un tecnico, e non gli interessa soffermarsi su ciò che di meccanico la fotografia ha da offrire. Dyer è un amante appassionato, che dà voce alla sua passione cantandone i maestri. Per questo la lettura diventa un piacere, una sorta di lunga conversazione su quanto possano comunicare certe immagini, certi dettagli. Non c’è una successione temporale; si parla di foto scattate alla fine dell’ottocento per poi trovarsi, qualche riga dopo, nei tardi anni ottanta. Perché la fotografia è questo. Ferma il tempo, e allo stesso modo lo diluisce. “Le persone vengono fotografate, muoiono. Poi ritornano e vengono fotografate di nuovo, da qualcun altro. E’ una sorta di reincarnazione. […] In fotografia non esiste un . C’era solo quell’istante e adesso c’è quest’altro istante e nel mezzo non c’è niente. La fotografia, in un certo senso, è la negazione della cronologia”.

Il fratello di Kertész viene fotografato in un parco a Budapest, nel 1913, seduto su una panchina, così come l’uomo che Brassai fotograferà sulla Riviera nel 1936 e il gruppo multirazziale e fremente che fotograferà Winogrand a New York nel 1964. Panchine. Che diventano un filo comune, un’eco, un ciclo.

Le immagini sono anche uno strumento indispensabile per raccontare la storia. Lo scatto di Dorotea Lange della madre emigrante è diventato un’icona. Il simbolo umano della Grande Depressione. Ha travalicato l’istante in cui si è fissato sulla carta ed è diventato qualcosa di eterno, immutabile, un qualcosa che – anche solo intravisto – ci riporterà alla mente anni interi di storia. Non è incredibile pensare come tutta un’epoca possa condensarsi nei volti di queste persone?

I temi sono molti. Si parla di ciechi, soggetto bramato da molti fotografi, per il loro essere così distanti dal tutto pur essendovi immersi. Ma anche di mani, e staccionate, schiene, e cappelli. Scale, e letti. Finestre e colore. Ritratti, ed erotismo. Porte, interni, esterni. Foto scattate dalla finestra di casa, foto scattate attraverso il cruscotto di un’auto.

Il saggio si conclude con “quella parte spaventosa che c’è in ogni fotografia”: la guerra, il sangue, la morte, e dopo la morte? Chissà.

Il saggio di Dyer è un lungo viaggio, una lunga esplorazione, mette la voglia di approfondire, di cercare, di conoscere. Una volta chiuso il libro, la mente è piena non soltanto di fotografie, ma anche e soprattutto di coloro che vi sono raffigurati, e – potenti – coloro che hanno scelto di fare quelle fotografie, fermando il tempo, cristallizzando un frammento di storia, regalandoci infinite serie di infiniti istanti.


“E pensare che c’è stato un tempo, più di cento anni fa, in cui quel momento era adesso! E quella figura avvolta nel mantello, pure quella figura deve aver avuto il sospetto di un che diventa . Quando ha attraversato la strada e ha oltrepassato l’uomo con la macchina fotografica, di sicuro deve essersi voltato indietro per vedere cosa sarebbe stata la foto, solo per scoprire che l’unica cosa – lui stesso – a definirla come un’immagine, un istante, non era più lì. In pochi secondi è arrivato ed è andato via, rimangono solo le sue impronte; è il suo destino speciale – o così sostiene la fotografia – non arrivare mai a quel punto privilegiato in cui ci si volta e si guarda all’indietro, ma essere invece rappresentato, in un istante e per sempre, paziente come il cavallo che aspetta e come gli edifici che sono ancora lì.”

martedì 9 giugno 2009

Harry, rivisto di Mark Sarvas


Non è di suo gusto, ma il gusto di Harry non è mai stato un problema. Non si può dire che abbia gusto, bensì un grumo di inclinazioni poco congruenti, ognuna delle quali facilmente negoziabile e di fatto negoziata quasi quotidianamente”.

Nel suo romanzo d’esordio (ma l’autore ha poco più di quarant’anni), Mark Sarvas compone un ritratto divertito, commovente ed estremamente acuto di Harry Rent, radiologo californiano. La recente perdita della moglie Anna è l’evento che dà il via a una serie di cambiamenti. Harry vuole cambiare: da qui il titolo, “Harry, rivisto”. Una sorta di Harry nuovo, di Harry.2.
Purtroppo, come dice Harry a un perfetto sconosciuto, in una delle tante scene surreali del romanzo: “i tempi bui vanno attraversati per superarli”. E, attraverso i ricordi e i pochi giorni che separano il funerale dalla lettura del testamento (il presente del libro), Harry si rivede. E’ dell’autore una definizione dell’umorismo che può spiegare in parte il fascino di “Harry, rivisto”:
L’umorismo è un costante apprezzamento dell’assurdo. Con un pizzico di rabbia”.
Harry nel suo percorso di rinascita vuole seguire le orme di Edmond Dantès. Divertente, come molti altri passaggi, la scena in libreria dove deve scegliere tra l’edizione ridotta o integrale de “Il Conte di Montecristo”.
La sua passione per Molly, cameriera al Café Rétro, è commovente nella sua ingenuità. L’ingenuo perdente farà la sua parte di errori, ma Harry è così. La prosa di Sarvas è straordinaria, ricca di termini colloquiali oppure dai significati stratificati o semplicemente fuori moda. Nel fascino dell’assurdo e nella rabbia che la vita accumula dentro di noi, i meno fortunati almeno, che poi spesso sono la maggioranza, è riposta la chiave per interpretare lo splendido romanzo di Mark Sarvas.

domenica 31 maggio 2009

31 maggio

sabato 30 maggio 2009

Revolutionary Kitchen

Tra Steven Soderbergh e Richard Yates. Tra qui e là:
Revolutionary Kitchen™.

domenica 17 maggio 2009

Nicolai Lilin. Reloaded.

[Questo post nasce da alcune osservazioni fatte a una breve stroncatura del volume “Educazione siberiana” di Nicolai Lilin su Cabaret Bisanzio consultabile direttamente qui].

Allora: quando leggo un libro (lavoro a volte anche il sabato), spero che sia un bel libro, leggere un libro brutto (ed Educazione siberiana di Nicolai Lilin è un pessimo libro), per me è una grande delusione. Non è invidia: io non sono uno scrittore. Powers, Everett non li conosco, e neppure Denis Johnson o Charles D’Ambrosio, ma hanno scritto capolavori, e non ho problemi a dirlo quindi? Non mi hanno pagato per scriverlo, i loro libri li ho acquistati con i miei soldi. Non è una questione di invidia: se uno scrive un libro pessimo, dove alla struttura paratattica subentra una rete mortalmente noiosa di sottotrame inutili, lo dico, basta, non ci sono altri sentimenti.
Mi interessano tante cose dai saggi di chimica a quelli di cucina, anche la cultura siberiana: però a raccontarla deve essere una persona in grado di scrivere.


Un esempio per capirci sulla questione dello stile e per spiegare perché Lilin non è uno scrittore: se uno ha in mente un’idea davvero originale e strabiliante per il SOGGETTO di un film, ma non sa neppure accendere una telecamera, non si mette a fare il regista. Il risultato, a prescindere dal soggetto, sarebbe pietoso.
Non è che un mattino, uno si alza e dice: “Oggi faccio lo scrittore (o il regista)”. Se non è certo necessario frequentare “scuole”, è però indispensabile aver letto tantissimo e aver scritto molto (tante cose che solitamente finiscono nel cestino). Cronenberg è un regista con anni di esperienza. “Redacted” di De Palma è un capolavoro (usa anche le riprese sgranate delle telecamere di sorveglianza), ma De Palma ha iniziato a fare cinema più di 30 (TRENTA) anni prima che Nicolai Lexotan nascesse. Cito “Redacted” per via dello stile usato, perché alcuni hanno voluto vedere nella prosa di Lilin uno stile “genuino”, ma lo cito anche per i contenuti molto duri. Stilnox Lilin sta già scrivendo il secondo romanzo. Purtroppo nessuno gli ha spiegato che la sua prima prova era buona, al massimo, come esercizio da tenere nel cassetto (e se avesse perso il manoscritto o il cd sarebbe stato anche meglio).
Ora due esempi ideologicamente lontani, ma simili nella sostanza. Massimo Citi, scrittore, editore, libraio ecc. nel suo blog definisce “un mezzo pacco” il libro di Lilin e, oltre a un’attenta critica etica dei contenuti, dichiara:
Lilin vive in Italia da qualche anno e, teoricamente, ha imparato la nostra lingua abbastanza da scrivere un libro di 300 pagine.«Ma per chi ci prendete?», viene voglia di chiedere ad alta voce.”.
Paolo Bianchi su "Il Giornale" esprime un parere forse più negativo e sarcastico, ma il succo è quello.

Per riprendersi... un video dei Camera Obscura dal loro ultimo, splendido, album, "My Maudlin Career" (e una citazione da Charles D'Ambrosio che, a differenza di Lilin, è uno scrittore):




Mi sentivo come una marea che saliva insensatamente contro il frangiflutti di decenza che mio padre aveva eretto con la sua vita. Mi tornò il panico, mi mancò il fiato. Mi vedevo correre per il quartiere, affannato, sbuffante, e pensai a come mi sentivo lontano dalla felicità, eppure… correvo fino a riempirmi i polmoni, quasi che l’eccitazione stessa li gonfiasse come mantici, e il cuore mi batteva fino a scoppiare, le gambe mi facevano male, la pancia pompava e succhiava aria fredda e umida, correvo fino a che il sangue non mi batteva nelle orecchie e anche ora, seduto sulla veranda dietro casa a bermi una birra con papà, ancora sentivo quel rumore, ancora sentivo il rumore dell’essere vivo”. Charles D’Ambrosio, 1995 (trad. M. Testa, Minimum Fax).

sabato 16 maggio 2009

Real World di Natsuo Kirino

Il mondo reale è tutto quello che è al di là della vita come è ora. Quattro ragazze, uno studente che uccide la madre e poi fugge e coinvolge nella sua storia Toshi, Yūzan, Terauchi e Kirarin. Natsuo Kirino usa i punti di vista dei vari personaggi costruendo una storia lineare e insieme approfondendo i lati in ombra celati dalle ragazze e dallo stesso matricida. Tutti hanno segreti. Tutti mentono. L’analisi del romanzo è un breve condensato di vita sociale giapponese. La lotta per il primato, gli esami di ammissione alle università (che contano più della laurea stessa e che possono spesso decidere una vita), e il mondo. Il mondo reale è quello che si contrappone alla finzione, ma è anche molto personale. “Benvenuti nel mio real world” dice Terauchi. Oppure: “Ti porterò con me in un mondo diverso” con le parole del matricida. E’ il contrario della finzione: qualcosa che nella società giapponese si può avvicinare alla morte, all’irreparabile. Il testo è fornito di un ottimo glossario e di poche, ma essenziali note. "Real World" è un breve romanzo dove il noir si unisce alla critica sociale e al romanzo di formazione, con intensità, ma anche con toni silenziosi, quasi dimessi.

mercoledì 6 maggio 2009

Letteratura ed etica: a piccoli passi verso il nulla.

Il signor Palomar spera sempre che il silenzio contenga qualcosa di più di quello che il linguaggio può dire. Ma se il linguaggio fosse davvero il punto d’arrivo a cui tende tutto ciò che esiste? O se tutto ciò che esiste fosse linguaggio già dall’inizio dei tempi?”, Italo Calvino.

La narrativa era la mia lingua etica”, James Ellroy.

Credo che la narrativa, o forse meglio la letteratura contenga sempre una funzione etica: non solo riposta nelle parole, ma anche nella mente che sceglie di leggere quelle determinate parole. La scelta implica l’espressione di un valore etico. Il fatto che capolavori come “Albero di fumo” di Denis Johnson o “Il fabbricante di eco” di Richard Powers, oppure un classico come “Cutter e Bone” di Newton Thornurg siano, nel nostro paese, relegati a vendite minime e destinati a una difficile reperibilità, mentre Margaret Mazzantini (faccio solo un esempio), le cui opere non sono neppure buone per foderare la lettiera del gatto (ci ho provato), venda centinaia di migliaia di copie, ecco, questo fatto ha un significato etico evidente, che non credo sia necessario spiegare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, sebbene molti occhi non riescano a vedere oltre il proprio naso.

domenica 3 maggio 2009

“Cenere d’uomo” di Nicholson Baker

Cenere d’uomo” termina il 31 dicembre del 1941. Baker procede accumulando notizie. Churchill che approva l’uso di bombe a base di gas sulle tribù dell’Iraq (era allora a capo della Royal Air Force). Franklin D. Roosvelt che vuole ridurre il numero delle matricole di origine ebraica a Harvard. L’uso delle fonti, lunghissimo l’elenco finale, è fatto in modo tale da costruire una marcia inesorabile verso la Seconda Guerra mondiale.
In punta di piedi, attraverso il documento e la sua manipolazione per ottenere un racconto, Baker arriva alla non-fiction in veste romanzesca.
Gli Stati Uniti si dimostrano un punto di snodo fondamentale per il loro ruolo su entrambi i fronti, europeo ed asiatico.
Negli anni Trenta gli U.S.A. hanno fornito aerei e tecnologia aeronautica a Inghilterra, Cina, Giappone e Germania.
Gli anni precedenti il pericolo hitleriano erano quelli del pericolo bolscevico e spesso la questione si mescolava al problema ebraico. Non è un mistero che la soluzione di un insediamento di una nazione ebraica in Madagascar o nell’Africa del Sud era stata affrontata sia dagli Stati Uniti, sia dall’Inghilterra. L’insediamento finale fu, per dirla con le brutali parole di un altro romanziere, “l’insediamento nell’atmosfera” (T. Krol, “Gli uomini delfino“).

Nel 1938 il Giappone acquistò in America 29 Lockheed Model 14 e ottenne il permesso di produrne delle versioni modificate. Il Model 14 era un aereo da trasporto, ma costruttori e acquirenti sapevano che quello che meglio avrebbe potuto trasportare sarebbero state bombe. Nel catalogo della Lockheed il Model 14 è definito “un’arma formidabile per una tattica di attacco o di difesa“.
Era il maggio del 1938″.
La cadenza delle date ricorre in ogni paragrafo a segnare il ritmo.
Dopo la Notte dei Cristalli non esistono più scuse. La Kristallnacht rappresenta il punto di svolta attorno al quale si annodano le sorti di più di un continente. Per Goebbels essa servì “per cristallizzare l’antisemitismo tedesco“.
Non fu tanto l’assenza di risposte, quanto l’assenza di volontà a trovarne ciò che segnò in maniera definitiva l’inizio della fine. Quando Franklin Delano Roosvelt impedì al progetto di accogliere profughi ebrei al di sotto dei 14 anni (al di fuori delle normali quote di immigrazione) di realizzarsi “era il 2 giugno del 1938″.

Il Castello di Hartheim fu uno dei luoghi principali di pulizia genetica dell’Aktion T4. Malati di mente uccisi e bruciati. L’abbrutimento del personale era uno dei problemi da affrontare: nuove misure, meno gravose per gli incaricati, saranno studiate dalle SS per risolvere il problema dell’eliminazione di numerosi soggetti durante l’avanzata verso Est. Lo Zyklon B sottoforma di cristalli fu per la prima volta impiegato per eliminare i pidocchi dagli abiti…

Il mondo vive immerso nelle informazioni. E Baker ritaglia frammenti. Centrifuga la Storia in una materia vischiosa. I ritagli di Nicholson Baker acquistano, col procedere della lettura, uno spazio doloroso nella mente del lettore.
Le atrocità sono state raccontate. Altrove. “Cenere d’uomo” è un libro dedicato a chi ha cercato, senza riuscirci, di evitare l’escalation della guerra e di salvare le vite dei profughi e non solo. Non è l’efferatezza dello sterminio, di cui si intravedono gli oscuri inizi, il tema centrale, argomento del libro è tutto il resto.
Baker si fa strada attraverso un complesso e non funzionale elenco di eventi. E’ tutto immerso in un caos apparente. E proprio questa “apparenza” è resa in modo perfetto da Nicholson Baker. Il racconto possiede una forza che è data dalla capacità di scegliere e seguire con un ritmo serrato gli eventi. Dall’offensiva della Royal Air Force in Iraq alle peregrinazioni della famiglia Susser: tutto è importante. Tutti i passi per arrivare di fronte ai cadaveri dilaniati dalle bombe, di fronte alle docce, ai forni. "Il titolo del libro deriva da un’espressione di Franz Halder, un riottoso, ma condiscendente generale di Hitler. Halder, durante un interrogatorio, disse che, quando fu rinchiuso ad Auschwitz, verso la fine della guerra, vide fiocchi di cenere portati dal vento nella sua cella. E li chiamò cenere d’uomo".

domenica 19 aprile 2009

The Decemberists: The Hazards of Love


Con "The Hazards of Love" prende forma un racconto musicale che sfrutta melodie e testi per condurre l’ascoltatore nell’universo cupo e insieme brillante dei Decemberists. Il gruppo porta alle estreme conseguenze il discorso iniziato con "The Crane Wife". Racconti dell’orrore e di amore, passioni filtrate dal suono della chitarra e dalla voce di Colin Meloy. Come in “Tommy”, l’opera rock è un lavoro bizzarro di cuciture e incastri. Duetti e scene da musical si intervallano all’indie rock classico: il racconto è fiabesco e, come tutte le fiabe, tenebroso. Uno dei migliori dischi ascoltati in questo 2009 e, sicuramente, un raro concept album privo dell’eccessive spigolosità dovute dal maneggiare un’idea: la musica si piega con eleganza ai bisogni del racconto. Qui la passione è padrona.

mercoledì 15 aprile 2009

Un regno in ombra di China Miéville

“…nelle città ci sono milioni di fessure. Io riempio tutti gli spazi intermedi”.

Con il suo primo romanzo ambientato in una Londra di fine secolo (il XX) fatta di spazi grigi e intervalli invisibili, China Miéville inizia a mescolare i generi letterari (mystery, fantasy, mainstream). L’autore si prepara alla grande prova di bravura che sarà poi “Perdido Street Station” (ed. or. 2000), uno dei migliori romanzi degli ultimi anni.
Già il suo esordio “Un regno in ombra” (“The Rat King”, 1998) è un’opera affascinante. Miéville plasma una città dentro la città. Le capacità dell’autore riescono a creare suoni, odori e forme. Quando Saul inizia il suo apprendistato con Re Ratto, il lettore è introdotto in un mondo alternativo. Negli spazi tra le cose, nelle crepe sui muri, nella sbrecciata forma dei mattoni esiste un mondo vicino al nostro, dove il Pifferaio lotta per il potere assoluto, attraverso la musica (drum and bass e jungle trasformate dal suono del flauto). E i mondi si incontrano con Saul, creatura ibrida e punto di congiunzione tra le due realtà. Il romanzo è avventura, gioco, enigma, crescita, ma per prima cosa viene il mondo magico, l’altro, la realtà ulteriore.
Non è la meraviglia dell’idea (sfruttata molte volte dalla fantascienza o dal fantasy), quanto la meravigliosa scrittura di China Miéville a rendere possibile la magia. Il libro vive in questa alternativa architettonica e topografica e porta il lettore ad affrontare un’avventura sotto il cielo di Londra, “un cielo tutto di nuvole, una massa che si spostava veloce e i cui dettagli cambiavano, si modificavano e decomponevano lasciando invariata la totalità”.

mercoledì 8 aprile 2009

La voce del sindaco di Nathaniel Rich


Nathaniel Rich, giovane editor della rivista letteraria "The Paris Review", pubblica un libro che si presenta subito articolato, guizzante, come un pesce che non riesce a stare fermo. La scrittura è fluida e precisa, ridondante ma senza esagerare: Rich conosce la linea che separa la ricchezza espressiva dalla pomposità.
"La voce del sindaco" è un contenitore di storie, che si inseguono, si incrociano, giocano le une con le altre, come bambini in un cortile. Due i filoni principali: uno narra le vicende di Eugene Brentani, giovane figlio di italiani trapiantati in America, una passione per la letteratura e soprattutto per Constance Eakins, scrittore prolifico, visionario, cinico. Eugene lavora per una ditta di traslochi con Alvaro, personaggio quantomai singolare - dalle mirabolanti doti seduttive - che sostiene di aver scritto un meraviglioso romanzo in un linguaggio che nessuno riesce a capire. La vita del giovane cambia quando casualmente entra in contatto con Crisholm, biografo di Eakins e suo grande amico. Da qui si dipana una storia che coinvolge il giovane in un amore folle per la figlia di Crisholm, Alison (ma anche Agata, Sonia, Alice), in un viaggio visionario verso il Nord Italia, in una carambola di avventure tra mito letterario e realtà, tra finzione e autenticità.
Eakins è morto? Eakins esiste? Sulle tracce della figlia di Chrisholm, Eugene troverà lungo la strada individui che sembrano usciti dalle pagine dei libri di Eakins, e forse (ma solo forse) è davvero così. Labirinti che portano verso una conclusione, o un nuovo inizio, solo la nostra immaginazione potrà completare il quadro.
Il secondo filone racconta una grande amicizia, un grande amore, di nuovo un viaggio, una ricerca: il vecchio Schmitz, perduta la moglie, si mette sulle tracce dell'amico Rutherford - vecchio compagno d'armi - partito per l'Italia e forse smarrito nelle nebbie delle trappole mentali.
Due storie senza soluzione di continuità, unite dall'ombra del mito, dall'amore per la scoperta, per le domande.
Inventiva, lucidità, intelligenza: un ottimo mix per affacciarsi sul panorama letterario.
Per chi ne avesse voglia, qui il link al sito di Nathaniel Rich: molto ben fatto, originale e curioso, raccoglie sezioni che contengono le copertine delle opere di Eakins, tracce della sua vita, frammenti, sempre a ricordare quanto sia labile il confine tra vita e letteratura.

"Ogni volta che riveli un segreto a qualcuno" disse Eakins, "una parte di te muore. Uno conosce se' stesso in base ai propri segreti. Se riveli tutto resti vuoto - solo una serie di fatti nella mente di altre persone. Per anni ho rivelato i miei segreti nelle mie opere. A volte direttamente, come nei libri di memorie, e a volte indirettamente, come nelle poesie e nelle opere di narrativa. Rivelo le mie perversioni più oscure, le mie colpe, la mia paura e la mia rabbia, anche se offrono di me un'immagine negativa e irrazionale. Mi stavo lentamente uccidendo..."

lunedì 30 marzo 2009

De Rosa: Prevention e Johnny Flynn: A Larum

Da Inghilterra e Scozia arrivano i dischi che sto ascoltando ultimamente: “A Larum” di Johnny Flynn and the Sussex Wit e “Prevention” dei De Rosa.
Flynn, già attore, compone un disco con echi folk, atmosfere ironiche, melodie di facile ascolto: che il titolo arrivi dal Middle English e che lui stesso sia stato attore shakesperiano sono elementi importanti. “A Larum” è un buon album di notevole profondità. Altrettanto profondo con testi curati e melodie sempre all’altezza è “Prevention”.
Gli scozzesi De Rosa (del Lanarkshire, per essere precisi) sono una band che ha esordito nel 2006 con “Mend”, ottenendo un buon riscontro nella critica. Questo nuovo album conferma le capacità di suonare un post-pop, una musica ormai contaminata da mille correnti e a cui è piacevole abbandonarsi.


domenica 22 marzo 2009

Cabaret Bisanzio


Il laboratorio di finzioni! Con sezioni su letture, visioni, suoni, e quello che più
vi piace, riapre dopo il giusto
letargo invernale.
E' primavera. Cambiate stile, seguite
Cabaret Bisanzio...

mercoledì 18 marzo 2009

Non parliamo la stessa lingua, di Todd Hasak-Lowy: l'ironia è Kosher


Todd Hasak-Lowy, già professore universitario di lingua e letteratura ebraica, esordisce con questa raccolta di racconti, e fa centro. Centro pieno. Mescolando elementi della tradizione ebraica, clichè del nostro tempo e piccole ossessioni comuni, crea veri e propri gioielli. Ha una scrittura particolare, non surreale ma istrionica, una scrittura che si sa spostare perfettamente da un registro all’altro, diventando ora caustica, ora commovente, mai noiosa. I sette racconti, molto diversi tra loro, sono accomunati da un’ironia tagliente, dissacrante, e soprattutto da uno sguardo lucido ed impietoso sui meccanismi che muovono le relazioni interpersonali.Ci sono veri e propri colpi di genio, come l’idea di alternare in un racconto un evento banalissimo e tragico come la perdita di un portafogli alla morte di milioni di persone a causa di un attacco nucleare. Un dolcetto stantio può dare il “la” ad un vero e proprio “attacco culturale”, un colloquio di lavoro può diventare un’analisi profonda della propria vita, il tutto senza – in effetti – rendersene conto. In questi racconti collimano così tante cose che è difficile scegliere cosa citare: l’inchiesta sul centro dimagrante – resa in forma di articolo di giornale, con tanto di note a fondo pagina -, lo scontro generazionale e culturale, la furbizia e la cattiveria, il dilemma morale e la più spontanea idiozia: tutto dosato sapientemente per non risultare mai artefatto. E’ strano ritrovarsi a ridere e commuoversi nello spazio di poche righe, ma Hasak-Lowy è molto bravo, ed è bravo soprattutto a non far pesare questa sua capacità: il mescolare il quotidiano con lo straordinario, la morte con la risata, i pugni e la droga con la sensibilità e l’intelligenza. I personaggi di Hasak-Lowy sembrano affogare nelle paludi delle loro ossessioni, sono uomini, ragazzi, adulti, tutti con un qualcosa che fa inceppare l’ingranaggio, tutti a cercare di venire fuori da quel grande pantano che chiamiamo vita. Il ragazzo protagonista de "Il compito di questo traduttore” è assolutamente credibile nel suo sacro terrore per il compito che lo aspetta, Larry (l’uomo del portafogli) è un perfetto esempio di middle class americana, talmente imbarazzante nella sua inadeguatezza da strappare più di una risata. La cornice che viene fuori da questi racconti può apparire – alla fine – desolante, ma va bene se questa realtà ci viene data da autori come Hasak-Lowy, dotati di intelligenza e, soprattutto, di talento.

All'inizio, una massa impressionante di dirigenti televisivi di New York e di Washington riprese il controllo e inspirò profondamente, una volta resisi conto di avere tutti gli occhi puntati addosso e che toccava a loro guidare l'America e il mondo nella comprensione di questa storia, toccava a loro riferire, delucidare, interpretare, fare chiarezza. Operatori, sceneggiatori e truccatori si misero stoicamente al proprio posto, con tazze di caffè fumante, motivati dall'atmosfera solenne del destino e del dovere, mentre le figure di autorità di ogni livello in tutte le case di produzione dicevano cose tipo "E' il nostro momento", "Teniamoci pronti", e "Forza ragazzi" .

sabato 14 marzo 2009

Noble Beast di Andrew Bird


Un album grandioso già prima di ascoltarlo, aprire lentamente le alette di cartone per scoprire gli scomparti con i porta CD (“Unless creatures” è un bonus CD strumentale) e la parte con un disegno ripiegato e un foglio con i testi. E dopo, naturlamente, ascoltare... Andrew Bird in “Noble Beast” manipola il suono pop trasformandolo in pura melodia, il fischiettare della sua voce a volte è l’unica linea da seguire per addentrarsi nelle canzoni. Tutte splendide: da “Oh No” a “Masterswarm”, con il suo favoloso cambio di ritmo, per passare attraverso “Tenousness”, con un testo che usa le parole per dare forma al ritmo e alla melodia stessa, oppure “Nomenclature” o la stupenda “Anonanimal”. Si potrebbero trovare similitudini, molte, un violino, un procedere che ricorda Thom Yorke, una aspra dolcezza che fa pensare a Leonard Cohen, ma “Noble Beast” è semplicemente un capolavoro, un album di eccezionale bellezza. Finito di suonare, “Noble Beast” continua a fischiettare le sue melodie ad evaporare nella stanza, e a impregnare superfici e oggetti.