martedì 9 febbraio 2010

Parte della soluzione di Ulrich Peltzer

L’anatomia di un cadavere rispecchia, l’anatomia umana, o almeno è così che sembrano le cose dai bordi di una sala settoria. L’anatomia di un testo narrativo può essere il risultato di una decostruzione e ricostruzione, del lampo di un momento di creatività. Bene. “Parte della soluzione” è un’improbabile ricucitura di pezzi narrativi, l’unico lampo è quello del sudore del lettore che arranca attraverso pagine asettiche, svuotate di vita e poi spalmate sulla carta. E’ tutto estremamente ricercato, dalla pluralità di voci, che invece di amplificare, soffocano la storia, alla scelta del linguaggio sempre algido, nei discorsi, nelle descrizioni, anche la passione appare vissuta per procura. Ulrich Peltzer si dimostra incapace di raccontare. Può accumulare particolari, può riuscire per tre pagine a tenere in piedi un incontro. Non di più. Tutto si disfa. Neppure putrefatto, la cosa presupporrebbe una vita, ma semplicemente polverizzato in una materia amorfa. “Parte della soluzione” è il romanzo che attraverso il racconto di una possibile cellula eversiva, e dei personaggi che vi ruotano intorno come a un buco nero, attratti oltre il bordo della discontinuità, vorrebbe esprimere il disagio e la potenziale instabilità di un intero sistema. La confezione è estremamente attraente, ma sotto le premesse rimbalza solo una trottola narrativa che gira fino a smorzare anche il più debole movimento. Il sistema può dormire tranquillo, e anche i lettori: credo che poche pagine equivalgano a un etto di valeriana.

martedì 26 gennaio 2010

I raccoglitori di fragole di Dorothy Hewett

Dorothy Hewett, scrittrice australiana, offre in questa raccolta di racconti una splendida prova di scrittura. E' il lavoro di una vita. I racconti coprono un arco temporale di quarant'anni e si muovono tra stili e registri molto differenti tra loro.
Di volta in volta, scopriamo personaggi in apparenza diversi e distanti: un bambino che cerca di dipanare la matassa ingarbugliata degli eventi che sconvolgono la sua piccola vita, un raccoglitore di fragole che cerca lavoro con la sua giovane moglie aborigena, una donna di mezza età che vaga tra stanze e ricordi, una coppia in luna di miele, due sorelle misteriose, e ancora molti altri.
Quello che li accomuna - al di là della loro età e del luogo in cui si trovano - , è la forte empatia che riescono a trasmettere, e - soprattutto - l'enorme fusione con l'ambiente che li circonda.
Nelle parole della Hewett, le persone si fondono col paesaggio, creando immagini memorabili. I corpi ricordano le forme della terra, i movimenti umani ricalcano quelli animali, le forme degli alberi si sovrappongono a quelle di gambe, braccia, movimenti fluidi che paiono generarsi dal terreno per fissarsi sulle persone.
"Poi li vidi, i figli dei manovali con Irene McKenna in testa, correre a piedi nudi sull'erba verso la boscaglia, saltare tra gli alberelli di eucalipto, scuri e lucidi come lei".
Australia, in tutte le sue mille sfumature, è una presenza viva, qui, un elemento preponderante.
"Socchiusi gli occhi per via della luce accecante e gli sembrò che in quel momento il ragazzino fosse lì, con un piede nudo sulla roccia piatta e le briglie a penzoloni, lo sguardo perso oltre i pascoli dove la foresta azzurra segnava i confini, il bestiame che si muoveva e si agitava sotto gli eucalipti, sua madre in piedi nel cortile con i bidoni della panna, che si riparava gli occhi e gridava il suo richiamo dalla piana".
Lo stile poi denota un'intelligenza acuta, capace di destreggiarsi senza difficoltà tra i vari generi. Si passa da un registro semplice, immediato, denso dell'emozione istintiva che può contraddistinguire un bambino di tre anni, ad uno stile che mescola biografia, articoli di giornale, frammenti di poesia, estratti di diari.
C'è spazio per la riflessione politica (la Hewett ha fatto parte a lungo del Partito Comunista australiano), attraverso le accorate parole di giovani pieni di speranze, così come per l'emozione di un incontro.
Il mio racconto preferito rimane senz'altro "Le barriere di Jarrabin", un piccolo grande gioiello che in poche pagine riesce a raccontarci la magia e la crudeltà dell'infanzia, la difficile vita degli aborigeni, le scelte degli adulti vissute come imposizioni, cambi di rotta ai quali mestamente ci si rassegna.
"A volte, quando una delle donne ci rivolgeva la parola, correvamo via verso il buio e lì restavamo, prima su un piede e poi sull'altro, come timidi animali selvatici, mentre i nostri vestiti chiari brillavano nella penombra"

In generale, questa raccolta di racconti è ricca di emozioni, immagini che restano impresse a lungo e offrono un ampio panorama sull'essere australiani.
Al termine del libro, un'interessante postfazione della Hewett ci offre squarci di luce sull'origine dei testi; la scrittrice ricorda cosa li ha evocati, il perchè di una particolare scelta, la motivazione nello scrivere racconti, che spesso si rivela più arduo che scrivere un romanzo. Il finale perfetto, ça va sans dire. (Chiara Biondini).

sabato 16 gennaio 2010

Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi

Benedetta aveva 3 anni quando uccisero suo padre Walter. Lui, di anni, ne aveva 33. Dalla sua morte, il 28 marzo 1980, sono passati quasi 30 anni.
Walter Tobagi era un giornalista, uno scrittore, era anche Presidente dell’Associazione Giornalisti della Lombardia; scriveva per il “Corriere della Sera”, si occupava di politica, di sindacati, di terrorismo. Era un appassionato storico, gli interessava soprattutto la storia dei sindacati, la loro nascita, la loro evoluzione.
Lo uccise un commando della “Brigata XXVIII Marzo”, costola semi-sconosciuta delle ben più famose BR.
Raccontare la sua storia significa raccontare quegli anni che tutti conosciamo sotto la definizione “anni di piombo”. Anni in cui giovani sotto i 30 anni si sono sentiti in diritto di mettere a ferro e fuoco un paese che non rispondeva ai loro ideali.
Benedetta sente forte la mancanza di un padre, ancora di più di un padre come il suo, che a 33 anni ha già una brillante carriera, conosce personaggi in vista (da Moro a Craxi, che benedetta ricorda come un omone spaventoso, tanto che lo osservava di nascosto), è apprezzato ed amato nell’ambiente giornalistico, come in quello politico.
Alle medie scoprii che nelle cellule vegetali ci sono organuli simili a bolle d’aria, i vacuoli, attorno ai quali si organizza il resto della struttura. Mentre ricopiavo diligentemente il disegno dal libro di scienze sul mio quadernone pensavo, desolata: sono io. Abbarbicata attorno a dei vuoti in cui cerco disperatamente di non cadere”.
L’assenza, il più delle volte, è ossessiva, pesante, come un mantello che condiziona passi, scelte. Ci si chiede sempre: e se? E se fosse vissuto? E se mi avesse vista crescere? E altre domande ancora. La risposta di Benedetta è cercare. Ripercorrere la storia di un padre attraverso le sue carte, i suoi articoli, i suoi ricordi, le sue registrazioni, gli atti del processo.
Un sentiero fatto di carta che condurrà – forse – ad una serenità nuova.
I ricordi intimi, le figure dei nonni, l’infanzia e l’adolescenza di Walter si mescolano alla ricerca storica, al lavoro certosino in archivi impolverati, in redazioni deserte.
I colloqui con gli amici giornalisti, le lettere giovanili, i diari: esperienza, memoria, lavoro, ricordo e inchiesta si mescolano e si inseguono tra i capitoli.
Perché Benedetta, per capire e conoscere suo padre, deve poterne cogliere tutti gli aspetti.
Il libro corre veloce, senza piagnistei o pedanteria.
I libri di memorie non sono tra i miei favoriti; purtroppo si rischia di cadere nella pantomima del martirio, nel circo dell’eroe caduto. Non vuole essere mancanza di rispetto, la mia, ma semplice constatazione: spesso queste morti vengono strumentalizzate per un cordoglio che di autentico ha poco, si smarriscono dentro facili vittimismi.
Questo libro è invece ben scritto. E’ Benedetta stessa a precisare:
Sono allergica alla retorica vuota del martire e dell'eroe, che troppo spesso si applica alle vittime del terrorismo. Papà ha avuto paura, ha faticato, ha assunto posizioni impopolari e molto discusse, ha continuato a scrivere le cose che gli sembravano giuste, ha cercato di riempire ogni giorno di senso il suo ideale di democrazia: questo, non il "martirio", fa di lui un punto di riferimento”.
Questa sua consapevolezza si evince chiaramente dal suo lucido modo di scrivere, di raccontare, di analizzare.
La morte di Walter Tobagi scosse molte coscienze, e ha ancora molti punti oscuri. Il processo ha condannato gli assassini, fra tutti il reo confesso Marco Barbone, ma non ha in realtà chiarito chi fossero i mandanti.
Ulderico, il sanguigno padre di Walter, avvisò Benedetta, le disse: “Attenta a non farti male”. E che cos’è che può fare più male della morte di un genitore? Forse, scoprire che giustizia non è stata fatta. Che – forse – qualcuno sapeva e non ha detto, “avrebbe potuto” ma si è voltato dall’altra parte. Benedetta non accusa, semplicemente riporta i fatti così come le si sono parati davanti agli occhi, con semplicità e grande obiettività.
Crescere, diventare sé stessi nell’ombra e nella scia di un evento drammatico come questo non è semplice, e la Tobagi crea, con questo libro, un universo nel quale muoversi, un punto di partenza e una destinazione, un micro-cosmo nel quale far gravitare storia, cronaca, ricordo, amore. (Chiara Biondini).

sabato 9 gennaio 2010

“Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)” di Nicola Lagioia.

Portami il girasole impazzito di luce. E un caffè macchiato, grazie.

E’ un libro da consultazione. Certo prima bisogna leggerlo almeno una volta. Però poi sta bene lì sul comodino, vicino a “Orientarsi con le stelle” di Carver. Ehi, l’editore è lo stesso. Strano? Non tanto.
E’ un livre de chevet, certo, che si può comodamente tenere vicino alla scatoletta con due tipi diversi di benzodiazepine e una imidazopiridina, niente di illegale, magari anche del salbutamolo per riempirsi i polmoni di aria grigia. Questo romanzo - o non romanzo - libro - oggetto, mettiamoci pure a cavillare, a volte (anzi spesso), si apre in vortici di luce:
“[…] diventa chiaro che per sfuggire a ricadute disastrose è necessaria una partenza. Tra Lazio e Umbria le stagioni, si soffermano su una muta, radiosa declinazione di morte. Si aprono alla vista campi di girasole di una bellezza devastante. Enormi distese di oro e di verde salgono al vertice della propria intensità al solo scopo di crollare tanto più rovinosamente nel cuore piatto dell’inverno. Partii che potevano essere le cinque del mattino. Ci fu quest’alba in autostrada. Questa luce su cose morenti. Queste ali spiegate di corvi che annunciano il giorno”.

In fondo il libro di Nicola Lagioia, che si legge comodamente in novanta minuti, senza supplementari e saltando l’intervallo (a meno che non siate incontinenti), il libro è una serie di finte partenze per afferrare quella giusta. Una serie di scatti brucianti da centometrista. Ancora e ancora. E non ne avrete mai abbastanza.
Mescolare ricordi, citazioni, storie immaginarie, i cliché, la vita, la dama cinese, la cucina, che nei romanzi è quasi sempre luogo di accumulo di piatti sporchi, la letteratura (ovvio c’è "Guerra e pace"), la filosofia, Love & Death, ma senza nominarlo, e ancora la droga, laccio emostatico compreso (ora costa un euro), il nembutal, che, invece, praticamente non si vende più, e spararsi tutta questa tirata di parole, rimangiando ogni cosa di sé stessi, ogni sbaglio, sconfitta o vittoria, tutto, come in una partita di dama cinese, appunto: questo è il romanzo, in parte. Perché è la danza di sottrazioni che affascina Lagioia e il lettore (o alcuni lettori); questa gara ad eliminazione, anno dopo anno, in corsa verso il nulla e in mezzo… In mezzo quello che vi pare.
Mi avete realmente creduto?”.
Più o meno è così che vedo questo romanzo. Disclaimer: ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti (anche a Lagioia ecc.) è puramente casuale. La lunghezza della recensione è proporzionale a quella del libro e al fatto che voglio prendere il tè guardando una puntata de “I pinguini di Madagascar”.

giovedì 24 dicembre 2009

The xx



"Sensual music is so rarely about dialogue". Sean Fennessey

Questo album (al terzo post nella classifica dei migliori lavori del 2009 secondo la Pitchfork Review) è quello di cui avete bisogno per finire l'anno in bellezza, certo non essere soli aiuta.
The xx sono un gruppo inglese che dopo qualche singolo finalmente debutta con il primo album in studio.
Melodie perfette e un basso ipnotico che trascinano via ogni canzone: colpisce al primo ascolto e non sembra finire di sorprendere con la sua bellezza malinconica e una dolcezza nascosta. Da non perdere.

mercoledì 23 dicembre 2009

Gelide scene d'inverno di Ann Beattie


Sono tutti così patetici. Cosa sarà? La fine degli anni Sessanta?

Uscito nel 1976, “Gelide scene d’inverno” è il lato romanzesco di Ann Beattie, famosa per le sue short stories. Sono gli anni del minimalismo, anche se l’autrice ricorda meglio i romanzi di Don DeLillo. Ed è a un’impronta minimalista che il libro si rifà: situazioni surreali, dialoghi ora taglienti, ora scombinati. Charles è il protagonista, e Ann Beattie dice “benché non mi senta di affermare che ‘Charles, c’est moi’, Gelide scene d’inverno è probabilmente quanto di più vicino a un’autobiografia mi capiterà di scrivere”.
L’amico Sam, con un lavoro al di sotto delle sue capacità, la sorella Susan, che frequenta il college ed è fidanzata con uno studente di medicina (per Charles è gay, divertente la scena del loro incontro). Beattie mescola il discorso diretto, i pensieri, le descrizioni rapide, persino i sogni che perseguitano Charles, innamorato di Laura (omaggio a Petrarca), la donna perfetta. Siamo nell’epoca del riflusso, a metà degli anni ’70. L’inverno è quello tra il natale del 1974 e il 1975. E’ un’epoca dove stanno scomparendo gli anni della contestazione e ci si avvia verso l’epoca di Reagan e Maggie. “-Cosa fanno oggi i ragazzi?- chiede Pete. -Non tanto- dice Susan -Nessuno fa più niente, o quasi. Secondo me non c’è più neanche tanta droga, all’università-”.
Tutto sta cambiando, anche i biscotti, per esempio gli Hydrox un tempo erano così buoni: “Lo zucchero. Probabilmente li fanno con meno zucchero”. E’ solo una delle tante percezioni dei protagonisti, figli di un’altra epoca. E probabilmente ad alcuni lettori capiterà di incontrare dei punti di contatto. D’altronde, superata una certa età, siamo tutti figli di un’epoca, che sembra scomparire. L’oggi a dettare nuove regole invoglia a rigirarsi nel letto e indugiare. Molti sono pigri come Charles. Non che voglia dire che Charles, c’est moi, non che voglia dire che un po’ non lo sia. Il protagonista trova continue corrispondenze tra la musica che scorre in sottofondo (anche il titolo è preso da un brano musicale) e ciò che accade. Oppure compare il ricordo di scene mai accadute: “Prima era stanco. Ora è stanchissimo”. In tutto il romanzo si sente l’empatia e insieme la distanza dell’autrice dai suoi personaggi. E’un romanzo splendido, ma non grandioso, raccolto intorno alla neve, alla pazzia, all’amore, a un senso di lealtà e amicizia che svanisce sotto i nostri occhi.
-Noi non ci incoraggiamo mai uno con l’altro. Dovresti incoraggiarmi a fare qualcosa - dice Sam. - E’ il 1975 e ti incoraggio a provare la pizza con i peperoni verdi, come piace a me-”.

venerdì 11 dicembre 2009

Le bambole sono tutte carnivore di Angela Vallvèy

Angela Vallvèy, scrittrice spagnola molto prolifica, pubblica per Guanda questo romanzo dal titolo accattivante.
"Le bambole sono tutte carnivore" è un libro che contiene molte cose, ma forse non riesce ad arrivare al punto, pur essendo frizzante e simpatico.
Sonia La Roja, psicanalista trentenne, single e con qualche chilo di troppo, snocciola la sua vita e, attraverso capitoli dedicati ai monologhi dei pazienti, ed altri ai suoi botta e risposta sulla rivista "Elle", cerca di far luce in quell'oscuro labirinto che è il rapporto uomo-donna.
Con il pretesto di dare voce ora alla zoologa Lorena - che osserva il mondo maschile con un punto di vista "animale" impietoso ed obiettivo - ora ad altri pazienti con piccole e grandi ossessioni, la Vallvèy tenta di dipingere l'affresco,
Il risultato, però, non è completo. Alla fine - mi dispiace dirlo essendo io donna - salta fuori il solito disegno: donne in crisi senza un uomo, donne belle che non riescono a trovare il giusto compagno a causa delle loro manie, uomini codardi, uomini piagnoni. La fiera dei luoghi comuni. E francamente mi sono stancata.
Se si è capaci di trasformare l'ordinario in straordinario - come potrebbero fare Carver, D'Ambrosio, ma anche la Munro - allora posso leggere anche 100 pagine che mi parlino delle "solite cose". Ma ci vuole profondità, incisività, spessore. Se mancano questi elementi, il tutto si riduce a qualcosa di "già letto", e il libro finisce tra quelli che tra pochi mesi ricorderai solo vagamente.
L'acume della protagonista si intravede, la spigliatezza della sorella si intuisce, il gioco della "corrispondenza" strappa più di un sorriso e fa mormorare - a volte - "eh, sì, è proprio così", ma questo non mi basta.
E soprattutto, mi dissocio alla grande da quella parte del popolo femminile che detesta gli uomini finche è single, per poi adorarli quando trova uno straccio di fidanzato (quindi non "quello giusto", ma proprio uno straccio). Queste donne anello-dipendenti sono ahimè credibili - è indubbio che anche al giorno d'oggi ci sia chi pensa che o ti fidanzi o non sei nessuno - ma l'amarezza è nel constatare che - alla fine - non sappiamo amare noi stesse. Questo è ciò che il romanzo fa emergere, il che non è consolante.
Ritenta, Angela. Sarai più fortunata.
(Chiara Biondini, dicembre, 2009).

giovedì 26 novembre 2009

Suttree di Cormac McCarthy


Per Knoxville l’autore transitò durante la sua vita, nato a Providence nel ‘33, a quattro anni era già nel Tennessee. Ed è in questa città, nel 1951, che fa iniziare il suo capolavoro, pubblicato, dopo anni di riscritture, nel 1979; l’incipit sul fiume può vagamente ricordare l’attacco dickensiano de “Il nostro comune amico” (anche qui compare un cadavere). Suttree è un protagonista che si presenta in maniera oscura, brevi lampi illuminano il suo animo, ma più spesso è avvolto dall’atmosfera cupa del paesaggio. Se “La Strada” appariva apocalittico e doloroso, probabilmente era perché il lettore non aveva ancora letto “Suttree”, un romanzo di perdizione e salvezza, dove si alternano dialoghi secchi e descrizioni barocche.
In alto, sopra il territorio più a valle, il fulmine vibrò senza un suono e si estinse. Il contorno illuminato di nuvole lontane. Una luce sulfurea. Ci sono draghi tra le quinte del mondo? La pioggia adesso cadeva più fitta. Una forte pioggia obliqua nella luce del lampione, che tagliava in due il quadrante dell’orologio. Tempaccio, dice il vecchio. E così sia. Che gli elementi della terra mi avvolgano, sarò sempre più granitico. La mia faccia dirotterà la pioggia come le pietre”.
Con il proseguire le immagini si fanno spesso ancora più cupe, svuotate di speranza come nella descrizione del mercato coperto che trovate a pagina 78, troppo lunga per poterla citare.
Suttree vive sul fiume e del fiume vive, pescatore con un tipo di barca detta “schifo”. Il Tennesse River è una sorta di Stige, “il fiume come un trematode gigante che si srotolava denso e infetto oltre le eleganti dimore della sponda settentrionale”. Suttree è uscito da una casa di correzione, ha un manipolo di amici, a cui sono dedicate molte pagine, ma la prima vera svolta è, nel romanzo, imposta da quell’inverno col termometro che scende vicino ai meno venti. Nella città congelata, Suttree prende al volo un tram, che però lo lascia al capolinea, dovrà tornare a piedi. Nel gelo più freddo della notte, Knoxville regredisce ad antico bastione di luci e ombre: “A ovest le luci di Knoxville tremolavano in una leggera penombra, come certamente le rovine di molte città antiche viste dai pastori sui colli, dai membri di qualche tribù barbara arrancanti lungo i sentieri”.
Nei racconti degli amici ritroviamo lo stesso malinconico attaccamento alla vita di Suttree e le stesse immagini che sconfinano nella poesia. Come in Gene Harrogate, il topo di città, l’ideatore di piani folli, accampato sotto un ponte: l’umanità profonda di Suttree si manifesta nei suoi rapporti con gli altri. Indiani esperti, neri in punto di morte o il miserabile Gene perso tra le grotte, sotto la città, alla ricerca della ricchezza: “Lo stoppino vacillò e si afflosciò con un sibilo esile e il buio si richiuse su di lui assoluto al punto che Harrogate smarrì i propri confini, grande come l’intero universo e piccolo come la più piccola cosa”. Gli attori di questa storia sono uomini che McCarthy riesce ad avvicinare al lettore come persone, più che come personaggi.
Nella vastità del romanzo compare anche un ritiro sulle montagne, una sorta di disintossicazione, popolata da allucinazioni e immersa nel paesaggio tra Knoxville, Cherokee e Bryson, North Carolina.

Poi si ritorna in città alle risse, alle sbronze, sfuggendo un arresto, ma non abbandonando mai gli amici: “Suttree alzò lo sguardo su di lui. Certo tu trascineresti a fondo anche il papa, disse.
Probabilmente lui nemmeno beve
”.

In McCarthy le descrizioni si aprono ampie nel respiro precise e ricche di particolari. E’ una lingua magmatica, potente. La scrittura non è mai in affanno. Riuscire a sostenere l’enorme materia di “Suttree” è un gesto eroico e da vero maestro. E’ uno scrittore che può ridisegnare lo spazio-tempo secondo una sua logica, inclinando il piano verso quelle “coniugazioni di spazio e materia verso quel centro immobile dove i vivi e i morti sono una cosa sola”.

giovedì 12 novembre 2009

Citazioni


A chiunque si sia perso negli infiniti modelli di realtà del mondo moderno, noi diciamo: Philip K. Dick era lì prima di voi”.
Terry Gilliam

lunedì 9 novembre 2009

Little Moon di Grant-Lee Phillips

Torna Grant-Lee Phillips, lo avevo lasciato al buon disco “Strangelet”, ma qui con “Little Moon” riprende sonorità vicine al capolavoro dei Grant Lee Buffalo “Mighty Joe Moon” (1994). Anche questo è uno di quegli album che si possono ascoltare e riascoltare dall’inizio alla fine senza saltare un verso, e poi continuare a riprendere in mano per anni. E sempre ad aspettarti trovi la stessa emozione. Qui si comincia con l’allegria di “Good Morning Happiness”, una nota strana, all’apparenza, per il cantautore dall’aria triste, ma che ricorda l’apertura dello splendido “Fuzzy” (sempre dei Grant Lee Buffalo, 1993) con “The Shining Hour”. Musica a volte sommessa, ma di grande impatto. Nel libretto troverete tutti i testi. Con Amazon.com è un disco che costa, comprese le spese di spedizione (con un trasporto medio ovvero 10 giorni), 15 euro. Ma si dovrebbe trovare anche nella grande distribuzione (non al supermercato, ovvio). La title track è un esempio perfetto dell’atmosfera intima e dolce che Phillips riesce a creare. Anche in “Blind Tom” il pianoforte accompagna un testo ipnotico, “here’s a little song/I learnt it from the wind”, che rimane a lungo nella mente dell’ascoltatore.
Bellissima la canzone seguente “One morning” con il suo refrain: “one mornin’ fore the sun rise/ one mornin’ fore the light/ one mornin’ fore the man old rooster has cried/ one mornin’ fore the trucks roll, blowin’ their horn/ we gonna take the whole world/ on by a storm”. In un'alternanza tra la melodia più sussurrata e l’esplosione di altre canzoni, “Little Moon” è un album completo, struggente e insieme ottimista, richiede all’ascoltatore solo quel minimo di partecipazione per trovare i tesori sepolti, neanche troppo in profondità, e farli brillare (la parola “shine” è un leitmotiv della produzione del cantautore americano): “under the moon one night/ carved in alabaster/ I want to see your treasure shine”.
Album stupendo, riascoltato già decine e decine di volte.


domenica 8 novembre 2009

La storia si ripete



La paura incrementa le vendite.

lunedì 2 novembre 2009

Via della Trincea di Kari Hotakainen

Hotakainen parte da una separazione, quella tra Matti e sua moglie e sua figlia, Helena e Sini, per affrontare il dilemma del trovare casa. In realtà Matti e Helena hanno già una casa, ma è un bilocale, lontano dal sogno di Helena di una villetta indipendente.
L’autore alterna vari punti di vista, così l’io narrante può essere Matti, che illustra il suo progetto e la sua situazione, oppure Helena, o i vicini di casa, o la polizia, o un agente immobiliare. In questa narrazione divertente e malinconica, con un grande ritmo, Kari Hotakainen non nasconde una critica molto dura al sistema di vita Finlandese.
Nella preparazione da stratega bellico, Matti si appresta a raggiungere il suo obiettivo e in questo percorso apprendiamo molto. La “villetta” ha il suo clan di sostenitori e anche il suo organo di stampa, “Casa Giardino”: in un articolo uno psicologo spiega i vantaggi del vivere in una villetta unifamiliare, la bellezza e la tranquillità del giardino fiorito. Altro elemento cruciale è l’essere un reduce, condizione che Matti stesso illustra: i reduci della Guerra avevano avuto diritto a un lotto di terra su cui far edificare una casa, Matti è invece un reduce del Fronte Domestico. Abilissimo nel cucinare, pulire, lasciare del tempo libero alla sua compagna e moglie è un soldato di quella guerra di liberazione dei confini o meglio dei compiti che definivano uomo e donna e che con il progresso e soprattutto nell’avanguardista Finlandia sono storia vecchia. Proprio il suo essere un reduce non riconosciuto alimenta la sua rabbia. La villetta, il suo acquisto, coincide per Matti con la riconquista della sua famiglia.
Tra vicini del condominio che sfiorano la paranoia, agenti immobiliari sull’orlo di una crisi di nervi, abitanti di villette disposti a tutto, Matti muove i suoi passi verso il sogno. Diventato anche un film, “Via della Trincea” è un romanzo di esilarante bellezza.
Alla fine quello che non ho capito è perché una persona dovrebbe volere una villetta a Helsinki: “D’inverno, poi, qui di cielo non ce n’è neanche un po’, l’alone delle luci nasconde le stelle e le gomme chiodate raschiano l’asfalto”. E sì, Helsinki non è Villasimius.

giovedì 15 ottobre 2009

Blog Action Day: Collasso di Jared Diamond

"Bush ha annunciato di voler combattere lo scioglimento dei ghiacci: per prima cosa invierà 20.000 soldati sul Sole" David Letterman
[Recensione scritta durante la seconda presidenza di George W. Bush]
L’estinzione della razza umana è al centro dell’opera di Jared Diamond: non stiamo parlando di un libro di oscure profezie apocalittiche (e vedremo che anzi il messaggio è in fondo positivo), Diamond, l’autore del fortunato e brillante “Armi, acciaio e malattie”, analizza vari esempi antichi e moderni di civiltà che si sono estinte o sono state sul punto di farlo; l’elenco non è breve: Anasazi, abitanti dell’Isola di Pasqua, i Maya, i Vichinghi della Groenlandia, il massacro del Ruanda. La lista continua. L’autore esamina con attenzione ogni evento, riportando tesi diverse. Le pratiche attraverso cui le società passate hanno messo a rischio se stesse con la distruzione del proprio habitat rientrano in otto categorie: deforestazione, cattiva gestione delle risorse idriche, gestione sbagliata del suolo, eccesso di caccia, eccesso di pesca, introduzione di nuove specie, crescita della popolazione umana e l’aumento dell’impatto sul territorio di ogni singolo di individuo. A questi otto pericoli la nostra attuale società somma: “cambiamenti climatici dovuti a intervento umano, accumulo di sostanze tossiche nell’ambiente, carenza di risorse energetiche ed esaurimento delle capacità fotosintetiche della terra”. Diamond nella peggiore delle ipotesi avanza lo scenario di una crisi globale con un futuro caratterizzato da standard di vita “significativamente inferiori a quelli odierni”. D'altronde l’autore è stato consulente per alcune aziende petrolifere, ha conosciuto il mondo dell’ecologia sia radicale, sia applicata dalle industrie stesse (perché un minor impatto ambientale significa meno danni da cause civili e alla lunga maggiori profitti… la cosa non vale per la Cina, a cui viene ovviamente dedicato un capitolo: l’immagine dei milioni di metri cubi di spazzatura che si accumulano nelle periferie di alcune città se non è apocalittica, attinge molto alla cupa rappresentazione del futuro di un autore come Philip K. Dick). Lo studio degli errori commessi da altre civiltà dovrebbe, a parere dell’autore, permetterci di compiere le scelte giuste ora.
Una grande differenza tra pericoli odierni e quelli del passato è data dalla globalizzazione, che sta al cuore delle ragioni più forti di pessimismo e di ottimismo circa la nostra capacità di risolvere gli attuali problemi ambientali. La globalizzazione impedisce che una società moderna possa crollare in isolamento, come successe agli abitanti dell’Isola di Pasqua. Un qualsiasi paese, non importa quanto remoto e in preda a disordini interni, può causare problemi alle società più prospere situate in altri continenti ed è a sua volta sotto la loro influenza, sia essa benefica o destabilizzante”.
In uno dei capitoli più appassionati del libro, Diamond spiega come i problemi del mondo siano problemi di tutti. Cita come esempio l’Olanda dove esiste una stretta interdipendenza tra tutti i segmenti della società, (il capitolo, non a caso, è intitolato “Il mondo è il nostro polder”) evidenziando una differenza netta con la società anglosassone:
Negli Stati Uniti, i ricchi cercano di isolarsi dal resto della società, utilizzano servizi privati, ma sono ferocemente contrari a un aumento delle tasse che permetterebbe a tutti di godere di tali servizi, pagati però dallo stato. I cittadini facoltosi si stanno ritirando in residence cintati e impenetrabili, si affidano a una polizia privata… Il presupposto di questa tendenza alla privatizzazione è l’errata convinzione che l’élite possa rimanere estranea ai problemi della società circostante: è lo stesso atteggiamento dei capi Groenlandesi che alle fine si dovettero rendere conto che l’unico privilegio che si erano assicurati era quello di essere gli ultimi a morire di fame”.
Uno dei problemi maggiori della nostra società è sapere fare le scelte giuste, purtroppo, ammette Diamond molti degli attuali governanti segue la cosiddetta “politica dei 90 giorni”, ovvero tre mesi sono il massimo orizzonte temporale da prendere in considerazione. Suppongo che con Bush si parli di “politica delle 90 ore”. Nella Repubblica Dominicana un personaggio assai discutibile come Balaguer è riuscito a ridurre l’impatto ambientale di molte industrie con leggi ferree e adottando metodi poco democratici, però l’autore, come chiunque giunga sulla ex isola di Hispaniola da un aereo, non potrà non notare una metà del territorio quasi completamente disboscata (Haiti) e una metà ricca di una lussureggiante vegetazione. Diamond cita altri esempi positivi, ma il caso di Balaguer gli permette di affermare una verità fondamentale: “Ci dà fastidio scoprire che qualcuno che ammiriamo per una particolare virtù, non è per altri versi altrettanto virtuoso. E’ difficile riconoscere che non siamo coerenti con noi stessi in ogni aspetto della nostra personalità”. Ho volutamente citato il caso di Balaguer, perché permette di illustrare la ricchezza di questo saggio: ormai possiamo leggere un romanzo di James G. Ballard come un trattato sociologico (si vedano “Millenium People” o “Regno a venire”), oppure un saggio profondo e ricco di informazioni scientifiche come un romanzo, nel senso migliore del paragone sia ben chiaro. Diamond riesce a essere interessante anche quando parla delle escrezioni fecali dei ratti attraverso cui è possibile ricostruire la storia di un particolare habitat. Alla fine della sua vasta opera, Diamond si dichiara cautamente ottimista: infatti noi siamo i primi a trovarci di fronte al rischio di un declino globale, ma siamo anche i primi “ad avere l’opportunità di imparare velocemente dalle esperienze delle altre società a noi contemporanee o del passato. Ecco la ragione per cui ho scritto questo libro”. Il problema effettivo sta in un avverbio: “velocemente”. La politica dei 90 giorni non ci rassicura, ma nemmeno il fatto che in Italia, dove come in molti stati i protocolli di Kyoto sono stati ratificati già da due anni, le emissioni di gas serra sono aumentate del 12% rispetto a quelle del 1990, mentre l’impegno preso era quello di ridurle del 6,5% rispetto a quelle del 1990… la conclusione è che ho fatto bene a visitare Amsterdam due estati fa. D'altronde, come diceva Woody Allen: “Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”.

sabato 10 ottobre 2009

Il maledetto United di David Peace

La storia è quella di Brian Howard Clough, giocatore e poi allenatore, circondato da un’aurea mitica. Partito da una squadra di terza divisione, approdato al Derby, dove ha imposto il suo gioco, la sua ossessione. David Peace racconta, da una parte i quarantaquattro giorni passati come allenatore del Leeds United, già vincitore del titolo nella stagione ’72-’73, dall’altra le tappe del percorso di Clough. L’infortunio che lo ha fermato a 251 goal in 274 partite di campionato. Poi la carriera da allenatore. La scalata verso la prima divisione. La vittoria del campionato con il Derby County. E poi quei quarantaquattro giorni. Però questa non è una storia di figurine e statistiche, di aneddoti e descrizioni. E’ un bollettino di guerra. Peace trascina il lettore nella sua scrittura anfetaminica. Leggo 20 pagine e ne voglio leggere 40. Ne leggo 40 e voglio continuare. Ho finito di lavorare tardi. Sono rientrato alle 11 di sera. Non mi stacco dal libro. Lo poso. E la cadenza della prosa di Peace mi martella il cervello. Nella notte. Attendo l’oblio del sonno. Non posso non ricordare. La stagione è quella del 1973-74. 1974. Un anno. Un titolo. Il primo volume del Red Riding Quartet. E la città. La stessa. Leeds. “Spunta il sole, ma la pioggia non smette. Oggi niente arcobaleno. Non qui”. Il suo primo romanzo lo ricordo. “1974”: un pugno nello stomaco. I volti esangui intorno. Il ritmo telegrafico di Ellroy, la paura di un bambino cresciuto nello Yorkshire, l’epoca scandita dai crimini che lo circondano: qualcosa di terrificante nei rivoli della pioggia, nelle nuvole in cielo. La scossa del whisky a stomaco vuoto. Niente di male. Ma sono le 7 del mattino.
Peace non si può descrivere. E’ un autore che assorbe ogni energia. Trascina. Corre. E’ l’opposto di Mazzantini e dei suoi lettori. Di Lilin e dei suoi lettori. Di Canin e dei suoi lettori. Degli scrittori fasulli e delle loro schiere di appassionati. Ossa fragili per sorreggere gangli nervosi in corto circuito. Una folata di vento per abbatterli. Non basta. Sono troppi. Troppo tardi. Un cancro metastatizzato. Abbiamo solo palliativi. Abbiamo solo la vera letteratura. E ancora non basta. E non basterà mai.

Il maledetto United” è un romanzo tormentato in ogni riga, il campo è un luogo di guerra. I destini si decidono sopra il manto erboso. Peace non vuole essere epico. Non c’è niente di epico. L’epica è una favola per cervelli bruciati. Brian Clough puzza di brandy e sigarette. Odia la sua squadra. Odia gli arbitri comprati. Odia il gioco sporco “del fottuto, maledetto Leeds”. Appena arriva brucia la scrivania del precedente allenatore, Don Revie. Brucia i dossier sugli arbitri. “Fortuna, allora, che ne abbiamo fatto una copia” gli dice Syd, il preparatore atletico. Don Revie, allenatore dell’anno, scudetti e trofei. Il manipolatore del gioco del Leeds. Il gioco sporco. La sua firma ovunque. “Non la mia squadra” ripete Brian. Solo il fottuto, maledetto Leeds. Come in Ellroy, anche in Peace la ripetizione impone il ritmo. La frase si spezza. La storia mai.
E con le parole, ormai dal sapore antico, “Coppa dei Campioni”, Peace si sposta nel 1979. Ci ricorda che, sebbene sempre mescolata a una punta di amarezza, la felicita è là. Per Brian. Per David stesso, che accompagna i bambini a scuola, e poi scrive e corre, per noi, sul filo della follia. Per noi, molti o pochi, ma non per tutti: maledetti fottuti idioti.

giovedì 8 ottobre 2009

Lodo Alfano

sabato 3 ottobre 2009

Cribbio!