Sulla soglia dei quarant’anni Francesca decide di tornare a Fontanellato, il paese dell’infanzia e della sua giovinezza. Il sottotitolo del romanzo è “Storie di nebbia e contentezza”. Siamo nella Bassa parmense e sulla nebbia non si discute. La protagonista e voce narrante ha ricevuto e continua a ricevere delle buste gialle vuote, che riportano solo l’indirizzo del luogo in cui si trova in quel momento e il timbro postale. Però un po’ di chiarezza, anche se c’è nebbia, ci vuole, allora Francesca ritorna a Fontanellato. Perché? Ve lo spiegherà, con molta calma, questo sfiancante romanzo, esiste infatti tutta una macchinazione che richiederà una buona dose di sospensione del giudizio da parte del lettore. Procedendo con la trama, abbiamo subito l’incontro con due cari amici Carlo, laureato in filosofia, come Francesca, e bibliotecario (che passa il tempo giocando a battaglia navale con l’assistente) presso la struttura pubblica di Fontanellato (è l’agosto del 1989 e i tagli al sistema bibliotecario avverranno dopo), e con Cinzia, parrucchiera (non ha potuto continuare gli studi anche per motivi economico-familiari, ma è sempre stata a fianco dei “compagni”). Si parla del ’68, di manifestazioni, movimenti, anche di terrorismo, però si rimane su un terreno insipido; il gruppo di amici di Francesca erano “quelli della parrocchia”, e a questa rivelazione mi prende una sorta di paranoia da “Emmaus” (se non capite cosa voglia dire, siete fortunati). Compaiono anche altri amici, che rimarranno comunque più defilati per l’intero corso della narrazione. Una serata commemorativa al locale “Blu Not” ricorda come la storia personale e pubblica di quegli anni sia stata scandita anche dalla musica (citazioni sono presenti ovunque, più o meno esplicite). L’autrice ribadisce più volte il concetto di una “colonna sonora” che accompagni la lettura. Il vero leitmotiv è comunque un altro… Carlo è il classico tipo da frasi storiche da dopocena e deve per forza condividere con tutti “la Weltanschauung sua strana”. Massime, moniti ecc. abbondano. Straripano dalla carta del libro. E il lettore per duecento pagine può commentare: “Ah, però…”. Dopo altre duecento: “Eh, però avresti anche rotto…”. Il risultato è fastidioso: un acufene vi accompagnerà per tutta la lettura. Al trio si aggiunge Franco, manzetto di trentadue anni senza deficit erettivi, che permette di introdurre scene di sesso con Francesca, pudiche certo, sparse qui e là (sopra una coperta o contro un muro ecc.). E così ecco creata anche una tensione con l’altra donna del gruppo, la bella e disinibita (è un po’ zoccola) Cinzia. Non mancano i colpi di scena come l’apparizione di Cesare, il compagno di Francesca. L’apparizione la ricordo, sul momento in cui va via… non so, può darsi mi sia addormentato. Il romanzo cede troppo spesso a uno stile esasperato alla Bellonci. La chiusura con il morto, ovviamente, (fa molto “Il grande freddo”, ma la contrario) vede protagonista un’esoterica lezione dell’arte su un’opera del Parmigianino (il cicerone di questa pagliacciata finale, la ciliegina glassata su un involtino di verza, è Carlo). Abbiamo poi un piccolo guizzo lesbico (in effetti se ne sentiva proprio il bisogno, almeno per variare) e siamo al riconoscimento della salma, e, come passa in fretta il tempo (in realtà per il lettore no), le vacanze sono finite! Era ora! Dicevo dello stile: un continuo uso del drappeggio non crea per forza un risultato artistico, ma semplicemente un mucchio di pieghe. “Però un paese ci vuole” è un testo che è stato presentato al Premio Strega da Eco e La Capria e il romanzo con un editing, meno affascinato dal proprio ombelico, che avesse tagliato almeno cento pagine, sarebbe potuto essere un buon esempio di narrativa italiana: “Cominciavo a capire che avrei trovato tutto. Oppure niente. Cominciavo a capire che avrei saputo tutto in colpo solo. Un colpo di dadi per sapere tutto delle buste, di Franco, di Carlo, di Cinzia, di mia madre, di me e di tutti gli altri perché eravamo tutti figli di quell’incesto espanso che è un paese”.
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mercoledì 17 aprile 2013
lunedì 8 aprile 2013
mercoledì 26 gennaio 2011
Peggior libro del 2010: Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda
La scrittura, infantile, ammorba l’aria; il testo, se presentato come lettura per le scuole medie, avrebbe un senso. Messo insieme alla mole di libri pubblicata, e con cui va paragonata, affonda. Pensate a capolavori come “Let The Great World Spin” di Colum McCann. Il ricatto del volume di Geda, assolutamente non voluto dall’autore, che presumo persona onestissima, sta nel narrare una vicenda dolorosa, di disperazione e redenzione che molti lettori prendono come un assoluto. Il giudizio è apodittico. Le lacune della trama, il fatto di non essere neppure lontanamente un’opera letteraria passano in secondo piano. Non ti piace? Sei un terribile misantropo. Per dire di questi volenterosi lettori di Geda: mi hanno anche insultato, perché non mi era piaciuto il libro. Pesantemente. Sono queste le deviazioni dell’etica che il lettore costantemente esprime con il suo giudizio o con l’acquisto di un volume (non l’ho pagato): la deriva culturale del paese non è imputabile ai vampiri o a Geda o a infreddoliti numeri primi, grava semplicemente sulle spalle degli entusiasti lettori, i volenterosi carnefici della letteratura, e sugli editori che danno spazio a questi aborti e anche ai loro elogi (le riviste sono ugualmente, anzi, doppiamente colpevoli), abdicando a una severità che è spirata almeno una decina d’anni fa. Rimangono pochi, resistenti, a volte inutili occhi a scrutare il deserto.Per un attimo ritorna la calma, scarto il pacchetto, legato con lo spago, che racchiude la traduzione di Hidden Files di Derek Raymond. Là fuori esistono altre voci, altri mondi, altre menti. Schegge. Affrontare tutto questo orrore “a colpi d’ascia”, ripensando a quando, stupito e quasi commosso, leggevo Bernhard. Un secolo fa, ero al liceo. Tutti erano vivi.
mercoledì 3 novembre 2010
L’isola dei naufraghi di Natsuo Kirino
Il naufragar, nelle pagine della Kirino, non è dolce per niente.Questo libro, scritto nel 2008 e pubblicato nel 2010 da Giano, è un romanzo altalenante, ora pacato, riflessivo, quasi meditabondo, ora prepotente e ricco di azione.
La quarta di copertina è leggermente fuorviante; ci sono sì molti uomini naufragati su un’isola deserta, e una sola donna, e viene sì fatto un sorteggio nel decidere chi ne sarà il marito, ma tutto ciò è precario: già nelle prime pagine questa “routine” verrà sconvolta. Il tutto infatti parte dal rammarico di Sayako nel percepire che il quarto sorteggio per la scelta del suo nuovo marito è un evento del tutto ordinario, che scivola quasi nell’inutilità. Ove prima lei era desiderata, bramata, seguita, sognata, ora è semplicemente accettata, in certi casi ignorata.
Gli uomini si stanno rassegnando, lei non è più giovane, eccetera eccetera.
Nel prosieguo della storia, veniamo portati ora avanti, ora indietro, seguendo lo sguardo di personaggi diversi tra loro. Ognuno di essi porta con sé una prospettiva, ognuno di essi ci dà dettagli sconosciuti agli altri e così, in un gioco di prospettive, la storia si dipana, si avvolge su sé stessa, si distende.
Giapponesi, cinesi.
Leader ed esiliati.
Pazzi e santoni.
Sayako. Unica donna. Regina prima, traditrice poi. Comunque sempre al centro degli eventi.
La Kirino costruisce un universo racchiuso da barriere coralline, fatto di sopravvivenza, rimpianti, ricordi.
Qui manca quella sorta di inquietudine, di terrore serpeggiante, la sensazione che qualcosa di terribile stia per accedere. Il tutto è più un modo per descrivere, deridere, analizzare la società nipponica, i suoi limiti, i suoi stereotipi.
Non è un libro sopra la media, è un libro ben scritto che intrattiene senza stupire; le ultime 100 pagine, nelle quali le acque si dovrebbero increspare, sono un mero palliativo. Il finale, in fondo, è un qualcosa che ci si aspetta.
Poteva essere meglio, poteva essere peggio.
L’ordinarietà è tranquillizzante, ma la grandezza è altro.
(Chiara Biondini)
martedì 9 febbraio 2010
Parte della soluzione di Ulrich Peltzer
L’anatomia di un cadavere rispecchia, l’anatomia umana, o almeno è così che sembrano le cose dai bordi di una sala settoria. L’anatomia di un testo narrativo può essere il risultato di una decostruzione e ricostruzione, del lampo di un momento di creatività. Bene. “Parte della soluzione” è un’improbabile ricucitura di pezzi narrativi, l’unico lampo è quello del sudore del lettore che arranca attraverso pagine asettiche, svuotate di vita e poi spalmate sulla carta. E’ tutto estremamente ricercato, dalla pluralità di voci, che invece di amplificare, soffocano la storia, alla scelta del linguaggio sempre algido, nei discorsi, nelle descrizioni, anche la passione appare vissuta per procura. Ulrich Peltzer si dimostra incapace di raccontare. Può accumulare particolari, può riuscire per tre pagine a tenere in piedi un incontro. Non di più. Tutto si disfa. Neppure putrefatto, la cosa presupporrebbe una vita, ma semplicemente polverizzato in una materia amorfa. “Parte della soluzione” è il romanzo che attraverso il racconto di una possibile cellula eversiva, e dei personaggi che vi ruotano intorno come a un buco nero, attratti oltre il bordo della discontinuità, vorrebbe esprimere il disagio e la potenziale instabilità di un intero sistema. La confezione è estremamente attraente, ma sotto le premesse rimbalza solo una trottola narrativa che gira fino a smorzare anche il più debole movimento. Il sistema può dormire tranquillo, e anche i lettori: credo che poche pagine equivalgano a un etto di valeriana.
domenica 17 maggio 2009
Nicolai Lilin. Reloaded.
[Questo post nasce da alcune osservazioni fatte a una breve stroncatura del volume “Educazione siberiana” di Nicolai Lilin su Cabaret Bisanzio consultabile direttamente qui].Allora: quando leggo un libro (lavoro a volte anche il sabato), spero che sia un bel libro, leggere un libro brutto (ed Educazione siberiana di Nicolai Lilin è un pessimo libro), per me è una grande delusione. Non è invidia: io non sono uno scrittore. Powers, Everett non li conosco, e neppure Denis Johnson o Charles D’Ambrosio, ma hanno scritto capolavori, e non ho problemi a dirlo quindi? Non mi hanno pagato per scriverlo, i loro libri li ho acquistati con i miei soldi. Non è una questione di invidia: se uno scrive un libro pessimo, dove alla struttura paratattica subentra una rete mortalmente noiosa di sottotrame inutili, lo dico, basta, non ci sono altri sentimenti.
Mi interessano tante cose dai saggi di chimica a quelli di cucina, anche la cultura siberiana: però a raccontarla deve essere una persona in grado di scrivere.
Un esempio per capirci sulla questione dello stile e per spiegare perché Lilin non è uno scrittore: se uno ha in mente un’idea davvero originale e strabiliante per il SOGGETTO di un film, ma non sa neppure accendere una telecamera, non si mette a fare il regista. Il risultato, a prescindere dal soggetto, sarebbe pietoso.
Non è che un mattino, uno si alza e dice: “Oggi faccio lo scrittore (o il regista)”. Se non è certo necessario frequentare “scuole”, è però indispensabile aver letto tantissimo e aver scritto molto (tante cose che solitamente finiscono nel cestino). Cronenberg è un regista con anni di esperienza. “Redacted” di De Palma è un capolavoro (usa anche le riprese sgranate delle telecamere di sorveglianza), ma De Palma ha iniziato a fare cinema più di 30 (TRENTA) anni prima che Nicolai Lexotan nascesse. Cito “Redacted” per via dello stile usato, perché alcuni hanno voluto vedere nella prosa di Lilin uno stile “genuino”, ma lo cito anche per i contenuti molto duri. Stilnox Lilin sta già scrivendo il secondo romanzo. Purtroppo nessuno gli ha spiegato che la sua prima prova era buona, al massimo, come esercizio da tenere nel cassetto (e se avesse perso il manoscritto o il cd sarebbe stato anche meglio).
Ora due esempi ideologicamente lontani, ma simili nella sostanza. Massimo Citi, scrittore, editore, libraio ecc. nel suo blog definisce “un mezzo pacco” il libro di Lilin e, oltre a un’attenta critica etica dei contenuti, dichiara:
“Lilin vive in Italia da qualche anno e, teoricamente, ha imparato la nostra lingua abbastanza da scrivere un libro di 300 pagine.«Ma per chi ci prendete?», viene voglia di chiedere ad alta voce.”.
Paolo Bianchi su "Il Giornale" esprime un parere forse più negativo e sarcastico, ma il succo è quello.
Per riprendersi... un video dei Camera Obscura dal loro ultimo, splendido, album, "My Maudlin Career" (e una citazione da Charles D'Ambrosio che, a differenza di Lilin, è uno scrittore):
“Mi sentivo come una marea che saliva insensatamente contro il frangiflutti di decenza che mio padre aveva eretto con la sua vita. Mi tornò il panico, mi mancò il fiato. Mi vedevo correre per il quartiere, affannato, sbuffante, e pensai a come mi sentivo lontano dalla felicità, eppure… correvo fino a riempirmi i polmoni, quasi che l’eccitazione stessa li gonfiasse come mantici, e il cuore mi batteva fino a scoppiare, le gambe mi facevano male, la pancia pompava e succhiava aria fredda e umida, correvo fino a che il sangue non mi batteva nelle orecchie e anche ora, seduto sulla veranda dietro casa a bermi una birra con papà, ancora sentivo quel rumore, ancora sentivo il rumore dell’essere vivo”. Charles D’Ambrosio, 1995 (trad. M. Testa, Minimum Fax).
sabato 20 dicembre 2008
Dopo lunga e penosa malattia di Andrea Vitali. La lingua cadavere.
“Dopo lunga e penosa malattia”. Questo il titolo. Penosa, ma non lunga la narrazione di Andrea Vitali. “Il Lonati” medico condotto, come l’autore, è il protagonista di questo romanzetto. In pochi rapidi capitoli si dipana il mistero riguardante la morte del notaio Galimberti. Ambientato a Bellano sul Lago di Como, in novembre, il finto giallo di Andrea Vitali è contaminato dalla noia del clima, probabilmente.La scrittura monocorde è il vessillo di una letteratura logora, lisa, simile a un vecchio maglione che non vorreste indossare e il cui ricordo avevate rimosso. “Dopo lunga e penosa malattia” ricicla poche idee, non siamo nel campo della sperimentazione. Il Vitali sposa una lingua cadaverica per raccontare una storia davvero penosa.
Un libro così lo frantumerei con una chiave inglese o una pinza… tanto per ricordare lo splendido romanzo di Andrea Cisi, “Cronache dalla Ditta”, ché la letteratura in Italia è viva e “vitale”, ma il mercato spesso illumina il peggio. Troppe volte il numero di copie vendute è un avviso ai naviganti: il segnale certo del pericolo.
Anche se il Vitali usa, in alcuni passaggi, assonanze e strutture ritmate che rimandano alla poesia, il risultato delude. “I profili delle montagne erano netti come denti incisivi”.
Il Vitali ha abborracciato un raccontino per Natale. L’editore ha aumentato il numero delle pagine: i capitoli di quindici righe non hanno altra spiegazione. In totale abbiamo 165 pagine ulteriormente gonfiate a 184. Una comoda misura per i regali natalizi. Il prezzo è contenuto come la prosa che deve vendere. Un’opera (od operazione) patetica.
lunedì 17 novembre 2008
Il tempo infranto di Patrick Fogli: demolizione controllata
E’ una lettura interessante, suo malgrado, “Il tempo infranto” di Patrick Fogli.Compaiono numerosi personaggi attraverso i quali si sarebbe potuto scrivere un romanzo. Fogli, purtroppo, non usa la gabbia dei riferimenti storici alla maniera di Ellroy. Fogli vuole tutto. E subito. E accosta nomi inventati, nomi veri (pochi). Inventati per evitare querele, forse, ma il risultato è torbido. La narrazione è affannosa. Se non puoi dire, meglio tacere. Avesse adottato un profilo diverso, una visione particolare, avesse approfondito una tessera, invece di lanciarsi nella costruzione abborracciata di un puzzle intero, Fogli avrebbe potuto scrivere un romanzo almeno decente.
Ci sono molti spunti. Anche negativi: si veda il “tenero” amore tra Chicco e Giada, che sa molto di reality show. Chissà, forse a Fogli lo ha rovinato la TV. O la musica.
“Tutti stanno cercando qualcosa canta Annie Lennox e Giada si ferma in mezzo alla corsia dei surgelati” (sic).
Il risultato è viziato, come detto, dalla spropositata ambizione dell’autore. E’ come guardare un affresco (di qualità artigianale) in cui i volti dei personaggi siano stati sostituiti da maschere amorfe.
La strage alla stazione di Bologna ha prodotto migliaia e migliaia di pagine tra libri, reportage e sentenze (definitive).
Fogli insiste sulla strada dove il deputato che muove le fila si chiama, nel suo libro, “l’Onorevole” (complimenti per la fantasia…) e via di questo passo con Numero Uno, Didi, il Guincio, il Guercio, Pinchiopimpernacolo ecc. ecc.
Sinceramente, dopo l’ottimo romanzo di De Cataldo sulla Banda della Magliana (dove compariva “il Vecchio”), si pensava che anche nel nostro paese si fosse pronti per una sorta di “American Tabloid”. Purtroppo Patrick Fogli ci dimostra che non è così.
Però. Però “Il Divo” di Paolo Sorrentino è incentrato sulla figura di Giulio Andreotti, e nel film Andreotti si chiama Andreotti, Pomicino si chiama Pomicino, Pecorelli si chiama Pecorelli, Lima si chiama Lima e… ci siamo capiti.
Forse, come dice uno dei personaggi di Fogli, “qui manca la volontà”.
Il risultato è un romanzo mediocre. Fallimentare nell’invenzione narrativa e nella ricostruzione storica.
Per riassumere il romanzo userei una frase che compare a pagina trentasette (il correttore si era, giustamente, addormentato prima):
“La rapina non è mai centrata niente”.
L’epitaffio perfetto per la narrativa di Fogli ed i suoi labili, per non dire inesistenti, contatti con la letteratura.Le parole esistono: bisognerebbe avere il talento e il coraggio di scriverle. Non cercate in questo libro né una cosa, né l’altra. Non le troverete.
giovedì 9 ottobre 2008
IL LUOGO...
Il luogo più oscuro del titolo si riferisce, probabilmente, al posto della mia libreria dove finirà 'sto volume (insieme a Giordano, Holt, Lazzarotto e amici vari). Un thriller scorrevole, ma sicuramente potete trovare di meglio. Non inizia male, peccato che superata la metà del romanzo Judson pare perdere tutta l’ispirazione, semmai l’abbia avuta, e il racconto si trasforma nella banale cavalcata verso il classico colpo di scena finale. La trama è tenuta insieme con lo sputo. Alcuni buoni spunti come quello del rapporto studente-insegnante, scrittore-mentore ecc. ecc. sono sviluppati male. Uno dei protagonisti, Kane, ha il blocco dello scrittore, sarebbe bene che anche Judson iniziasse a riflettere sul problema della scrittura come fa Kane, ma si sa, le bollette non si pagano da sole. Leggete altro, questo va bene solo se avete tempo da perdere.
sabato 4 ottobre 2008
L'Einaudi colpisce ancora. "La Tigre Bianca" di Aravind Adiga.
Dopo Chiara Strazzulla, l'Einaudi pubblica un altro romanzo d'esordio...In sette notti Munna detto la Tigre Bianca racconta in una lunga lettera al primo ministro cinese come funzionano le cose in India. Il racconto è scorrevole, molto semplice, con alcuni momenti di buona scrittura alternati a una più generale piattezza. Se volete sapere qualcosa dell’India prendete il bellissimo libro “Maximum City” di Suketu Mehta: il tono mescola il reportage giornalistico al racconto personale, e il risultato sono oltre cinquecento pagine dense e ricche di immagini. Qui invece cosa abbiamo? L’esordiente Adiga con una storiella di duecento pagine (a caratteri belli grandi) che spera di unire ironia (attraverso le parole del protagonista, servo emancipato attraverso l’assassinio) e uno sguardo acuto (il suo, dell’autore intendo) per illuminarci sull’India di oggi. La desolante opacità della traduzione di Norman Gobetti, al solito, non aiuta. A questo si aggiunga ancora che la cura editoriale è pessima: vengono riportati termini indiani non tradotti (giustamente), ma, purtroppo, scrivere UNA pagina di glossario al fondo del libro è una fatica estrema. Un libro mediocre. Un ottimo esempio delle pessime scelte editoriali compiute ultimamente dall’Einaudi.
venerdì 22 agosto 2008
Un pregio... (e cento difetti)

Alcune idee divertenti non bastano a fare un buon romanzo. La Scuola Elementare Cavalieri dello Zodiaco, la Foca-Cola, la piazza Pikachu, il reality show San Patrignano: l’universo della pubblicità e della televisione deformato da Marco Lazzarotto è al centro di “Le mie cose”. Collocato in un tempo preciso, come ogni satira, il romanzo nasce già vecchio e superato, probabilmente il mio giudizio è viziato dal fatto che sto leggendo un libro di Richard Ford del 1986 che ha il dono di parlare al lettore di qualsiasi tempo e luogo (si chiama letteratura): “Le mie cose” non ha una scrittura entusiasmante e l’ironia serve a poco quando l’autore non sembra avere altri argomenti. Un pregio: è breve. Ma il problema è che, per quanto breve, in realtà sarebbero bastate quattro pagine per contenere lo straordinario (seh...) umorismo di Lazzarotto, e forse già quattro sarebbero state troppe. Se dovete spendere soldi, compratevi l’album di Angus and Julia Stone, “A book like this”. Stupendo.
lunedì 11 agosto 2008
Ma perché? Ovvero Breve storia di una piccola città di T. R. Pearson

“Breve storia di una piccola città” di breve non ha nulla, infatti è lungo 550 pagine, mentre di piccolo ha sicuramente il talento dell’autore. Da più parti questo viene definito un libro divertente. Forse nel 1985 quando è stato scritto l’umorismo aveva altre regole e ritmi, ma non credo sia un problema di tempo e di gusti. Thomas Reid Pearson di Winston-Salem, North Carolina, scrive usando lunghi periodi barocchi per drappeggiarli intorno al nulla. Perché è precisamente di questo che parla il romanzo: di niente. La storia corale dei vari personaggi che popolano l’immaginaria città di Neely è un’inutile elenco di fatti che non vengono nobilitati dalla poesia o dall’arte dell’autore, ma rimangono poveri esempi di un narrare collassato su se stesso.
Sempre il lettore è in grado di capire, generalmente un’ora prima, dove vuole andare a parare l’autore. Sappiamo che qui sta iniziando a costruire una situazione grottesca, che tra poco arriverà l’inevitabile battuta comica che non farà ridire nessuno, che il tono virerà verso il tragico, ed il lettore è sempre avanti rispetto all’autore. Thomas Reid Pearson di Winston-Salem, North Carolina, è uno scrittore che indugia sulle parole, coccolandole, se sapesse scrivere questo sarebbe un dono, purtroppo invece sarebbe stato un bene per tutti se avesse continuato a fare l’imbianchino. Il libro nel 1985 è stato salutato dalla critica americana come un esordio narrativo straordinario. Nel 1985 usciva anche “Meno di zero” di Bret Easton Ellis che raccontava con altro stile una realtà lievemente diversa da questa placida arcadia del Sud: da una parte la Los Angeles della band “X” e degli eccessi, dall’altro il paesaggio di Thomas Reid Pearson, un luogo ottuso e ovattato, il Sud, però non quello di “Deliverance” (“Un tranquillo weekend di paura”) di John Boorman, in T. R. Pearson siamo di fronte a un Sud immaginato, un luogo conservato sotto ettolitri di benzodiazepine. Un anno dopo “Breve storia di una piccola città” usciva il film “Blue Velvet” di David Lynch che raccontava ancora con tutt’altro stile, per fortuna, l’inquietudine nascosta dietro la placida facciata della provincia americana. Guardando il romanzo nel suo contesto e considerando che il film “Deliverance”, tratto dal romanzo di Dickey, è del 1972, viene da chiedersi perché a distanza di ventitre anni un’opera tanto inutile venga tradotta e pubblicata in Italia: il mistero è celato in qualche mente che lavora presso la Elliot Edizioni di Via Isonzo 34, 00198, Roma.
Il finale del libro sembra una ribellione verso la marcia funebre che accompagna l’intero romanzo e suscita una debole compassione. La comicità o ogni sentimento che filtra attraverso la scrittura di Thomas Reid Pearson di Winston-Salem, North Carolina (ora vive in Virginia, ma non viene detto dove, per tutelare la sua vita suppongo), ogni sentimento filtrato attraverso il vuoto della scatola cranica dell’autore è una pallida eco di un’idea che forse, ma è un’ipotesi, forse in altre mani sarebbe potuta essere qualcosa di originale. Il lettore intuisce che T. R. P. vuole davvero raccontare qualcosa, ma proprio non è in grado di farlo. Vuole essere comico, vuole, vuole e non ci riesce.
Pearson ha collaborato alla sceneggiatura di alcuni film tratti dalle opere di John Grisham. Questo è scritto nelle sue note biografiche, proprio alla fine, e suona come un epitaffio. Spero che la Elliot Edizioni di Via Isonzo 34, 00198, Roma, eviti di tradurre altre opere di una noia devastante come questa.
Sempre il lettore è in grado di capire, generalmente un’ora prima, dove vuole andare a parare l’autore. Sappiamo che qui sta iniziando a costruire una situazione grottesca, che tra poco arriverà l’inevitabile battuta comica che non farà ridire nessuno, che il tono virerà verso il tragico, ed il lettore è sempre avanti rispetto all’autore. Thomas Reid Pearson di Winston-Salem, North Carolina, è uno scrittore che indugia sulle parole, coccolandole, se sapesse scrivere questo sarebbe un dono, purtroppo invece sarebbe stato un bene per tutti se avesse continuato a fare l’imbianchino. Il libro nel 1985 è stato salutato dalla critica americana come un esordio narrativo straordinario. Nel 1985 usciva anche “Meno di zero” di Bret Easton Ellis che raccontava con altro stile una realtà lievemente diversa da questa placida arcadia del Sud: da una parte la Los Angeles della band “X” e degli eccessi, dall’altro il paesaggio di Thomas Reid Pearson, un luogo ottuso e ovattato, il Sud, però non quello di “Deliverance” (“Un tranquillo weekend di paura”) di John Boorman, in T. R. Pearson siamo di fronte a un Sud immaginato, un luogo conservato sotto ettolitri di benzodiazepine. Un anno dopo “Breve storia di una piccola città” usciva il film “Blue Velvet” di David Lynch che raccontava ancora con tutt’altro stile, per fortuna, l’inquietudine nascosta dietro la placida facciata della provincia americana. Guardando il romanzo nel suo contesto e considerando che il film “Deliverance”, tratto dal romanzo di Dickey, è del 1972, viene da chiedersi perché a distanza di ventitre anni un’opera tanto inutile venga tradotta e pubblicata in Italia: il mistero è celato in qualche mente che lavora presso la Elliot Edizioni di Via Isonzo 34, 00198, Roma.
Il finale del libro sembra una ribellione verso la marcia funebre che accompagna l’intero romanzo e suscita una debole compassione. La comicità o ogni sentimento che filtra attraverso la scrittura di Thomas Reid Pearson di Winston-Salem, North Carolina (ora vive in Virginia, ma non viene detto dove, per tutelare la sua vita suppongo), ogni sentimento filtrato attraverso il vuoto della scatola cranica dell’autore è una pallida eco di un’idea che forse, ma è un’ipotesi, forse in altre mani sarebbe potuta essere qualcosa di originale. Il lettore intuisce che T. R. P. vuole davvero raccontare qualcosa, ma proprio non è in grado di farlo. Vuole essere comico, vuole, vuole e non ci riesce.
Pearson ha collaborato alla sceneggiatura di alcuni film tratti dalle opere di John Grisham. Questo è scritto nelle sue note biografiche, proprio alla fine, e suona come un epitaffio. Spero che la Elliot Edizioni di Via Isonzo 34, 00198, Roma, eviti di tradurre altre opere di una noia devastante come questa.
domenica 13 luglio 2008
Quello che ti meriti di Anne Holt

Anne Holt non scrive come mangia, altrimenti sarebbe già morta di fame: troppi i rischi di cadere addormentata sul cibo.
Gli elementi del romanzo “Quello che ti meriti” sono di una banalità disarmante.
1.Bambini rapiti, segregati e poi riconsegnati alle famiglie uccisi, ma non si sa in che modo (la soluzione naturalmente è semplice, ma i medici legali norvegesi non sono molto svegli, da come li dipinge la Holt).
2.Yngvar Stubø, commissario di polizia, e Johanne Vik, psicologa e avvocato: la solita tensione erotica trai due mentre tentano di risolvere il caso del punto 1 (non entusiasmatevi troppo le loro ginocchia si sfioreranno a pagina 267: se si vuole continuare a scrivere usando gli stessi personaggi è naturale tirarla per le lunghe, si sa che i lettori deficienti abbondano).
3.Il caso di un uomo condannato ingiustamente per l’omicidio di una bambina e rilasciato, senza spiegazioni, nel 1965 (qualcosa in questa vicenda messa di traverso per tutto il romanzo evoca il vago sospetto che il fatto si debba intrecciare con le indagini).
Già Patricia Cornwell non scrive molto bene, ma Anne Holt riesce a fare peggio. Costruisce con cura gli anelli di una collana molto solida: un romanzo per menti dotate di lobi frontali atrofizzati, e neppure l’area di Broca se la deve passare molto bene.
“Quello che ti meriti” entra a buon diritto nel novero dei libri insulsi che sarebbero dovuti rimanere nel cassetto o hard disk dell’autore/autrice; romanzi che solo un editore come Einaudi [1], capace, una volta raggiunto il fondo, di iniziare a scavare, può pubblicare con orgoglio. Il simbolo dell’editore, ovvero lo struzzo, ormai da anni ha infilato la testa sottoterra e i risultati sono romanzi mediocri come questo. Esattamente come dice il titolo: “Quello che ti meriti”… vedete voi se il monito è rivolto all’incauto lettore, al gruppo redazionale dell’Einaudi o ad entrambi. Da evitare.
[1] Einaudi pubblica ANCHE ottimi libri.
giovedì 8 maggio 2008
Segafantasy

Forse, forze…
Adesso mi lanceranno contro incantesimi, mi colpiranno con armi micidiali, tipo che perdo 10 punti-ferita a botta. Mi fregheranno tutte le carte. Ecchissenefrega.
Sono una persona di buona volontà, sono anche andato a vedere Il signore degli anelli. Mi sono addormentato. Era il primo spettacolo e le poltroncine pure scomode. Sentivo dei rumori in lontananza, credo di aver sognato di dormire dentro una trincea (avevo finito da poco di rileggere Lussu).
La caduta di Malazan, è una lunga una saga fantasy che sarà, nell’intento dell’autore Steven Erikson, costituita da dieci volumi (per ora ne sono stati pubblicati, in originale, sette). Tremate!
Erikson è archeologo e antropologo, belle professioni, perché non approfondirle? E’ vissuto in Inghilterra e ora è tornato a Winnipeg, dove è cresciuto. Il primo volume di questa saga, che comprende anche degli spin-off (tre), è I Giardini della Luna. Erikson usa personaggi ambigui, non ama una netta divisione fra bene e male. Almeno questo… L’epica fantasy è qui ostile al lettore, bisogna avventurarsi nella trama armati di una forte dose di curiosità, e anche di un po’ di masochismo. Indossate l’armatura, prego. Niente è spiegato nei dettagli, ma le vicende assumeranno un significato solo dopo molte pagine. Troppe.
Mi piace Dickens, ma apprezzo anche chi è in grado di usare solo azione e dialoghi per costruire una trama solida. Qui l’azione si potrebbe riassumere in 50 pagine (non ne servono 600). I dialoghi poi sono meravigliosi. Sì, se li leggerete in braille e dopo aver anestetizzato i polpastrelli.
Per circa un terzo del libro sarete in compagnia di K’azz, K'rul, Whiskeyjack, Paran, Ascendenti, Canali, Razze umane e non, e territori vari: le due mappe riportate all’inizio sono solo una piccola parte. La mappa completa si trova in rete. Purtroppo la traduzione rende il libro difficilmente leggibile.
Sarete messi alle corde, e duramente: “il sudore gl’imperniava la fronte”, “la forza che arriva da quei spaventosi canali” e refusi sparsi ovunque come lo stupendo “si affettò a salire le scale” (della serie gradini taglienti). Purtroppo anche sforzandosi di immaginare una traduzione e una stampa meno psichedeliche, il risultato sarebbe comunque un romanzo lungo e noioso. Erikson è un ottimo esponente di un tipo scrittura barocca spintasi oltre, e precisamente oltre il limite della pazienza umana. Ci sono momenti riusciti, questo è vero: anche Erikson in seicento pagine può trovare il ritmo giusto.
Erikson non è China Miéville. E sinceramente sono stufo di sorbirmi otto decimi di carta imbrattata a caso per due decimi di narrativa decente. Se non c’è altro, se questo è il meglio del fantasy adulto, io al massimo rileggo “Perdido Street Station” di Miéville. Oppure leggo le poesie e i racconti di Carver. Ho trovato in libreria un libro di racconti di Richard Lange. Non sta a spiegare, non indugia in descrizioni, però come dire… ecco, sa scrivere, una pagina e sei dentro il racconto. Bella la letteratura, non me la ricordavo.
Adesso mi lanceranno contro incantesimi, mi colpiranno con armi micidiali, tipo che perdo 10 punti-ferita a botta. Mi fregheranno tutte le carte. Ecchissenefrega.
Sono una persona di buona volontà, sono anche andato a vedere Il signore degli anelli. Mi sono addormentato. Era il primo spettacolo e le poltroncine pure scomode. Sentivo dei rumori in lontananza, credo di aver sognato di dormire dentro una trincea (avevo finito da poco di rileggere Lussu).
La caduta di Malazan, è una lunga una saga fantasy che sarà, nell’intento dell’autore Steven Erikson, costituita da dieci volumi (per ora ne sono stati pubblicati, in originale, sette). Tremate!
Erikson è archeologo e antropologo, belle professioni, perché non approfondirle? E’ vissuto in Inghilterra e ora è tornato a Winnipeg, dove è cresciuto. Il primo volume di questa saga, che comprende anche degli spin-off (tre), è I Giardini della Luna. Erikson usa personaggi ambigui, non ama una netta divisione fra bene e male. Almeno questo… L’epica fantasy è qui ostile al lettore, bisogna avventurarsi nella trama armati di una forte dose di curiosità, e anche di un po’ di masochismo. Indossate l’armatura, prego. Niente è spiegato nei dettagli, ma le vicende assumeranno un significato solo dopo molte pagine. Troppe.
Mi piace Dickens, ma apprezzo anche chi è in grado di usare solo azione e dialoghi per costruire una trama solida. Qui l’azione si potrebbe riassumere in 50 pagine (non ne servono 600). I dialoghi poi sono meravigliosi. Sì, se li leggerete in braille e dopo aver anestetizzato i polpastrelli.

Per circa un terzo del libro sarete in compagnia di K’azz, K'rul, Whiskeyjack, Paran, Ascendenti, Canali, Razze umane e non, e territori vari: le due mappe riportate all’inizio sono solo una piccola parte. La mappa completa si trova in rete. Purtroppo la traduzione rende il libro difficilmente leggibile.
Sarete messi alle corde, e duramente: “il sudore gl’imperniava la fronte”, “la forza che arriva da quei spaventosi canali” e refusi sparsi ovunque come lo stupendo “si affettò a salire le scale” (della serie gradini taglienti). Purtroppo anche sforzandosi di immaginare una traduzione e una stampa meno psichedeliche, il risultato sarebbe comunque un romanzo lungo e noioso. Erikson è un ottimo esponente di un tipo scrittura barocca spintasi oltre, e precisamente oltre il limite della pazienza umana. Ci sono momenti riusciti, questo è vero: anche Erikson in seicento pagine può trovare il ritmo giusto.
Erikson non è China Miéville. E sinceramente sono stufo di sorbirmi otto decimi di carta imbrattata a caso per due decimi di narrativa decente. Se non c’è altro, se questo è il meglio del fantasy adulto, io al massimo rileggo “Perdido Street Station” di Miéville. Oppure leggo le poesie e i racconti di Carver. Ho trovato in libreria un libro di racconti di Richard Lange. Non sta a spiegare, non indugia in descrizioni, però come dire… ecco, sa scrivere, una pagina e sei dentro il racconto. Bella la letteratura, non me la ricordavo.
sabato 3 maggio 2008
Il mago dei numeri. Primi.

Il romanzo d’esordio di Paolo Giordano parla di due solitudini programmaticamente inconciliabili: non esistono numeri primi contigui, al massimo vi sono i numeri primi gemelli: “coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero”. In una metafora questa è la vita di Alice e Mattia, entrambi segnati in modo speculare da un trauma infantile. Il romanzo è stato accolto con favore da pubblico e critica che vi hanno visto il racconto di formazione e la storia di due giovinezze.La cosa che più colpisce nel libro è la totale assenza del tempo e del luogo. Il primo è confinato a puro trascorrere, emarginato negli anni inseriti tra parentesi all’inizio delle sette (numero primo) parti che compongono l’opera. I luoghi sono una materia amorfa, una cristallografia ai raggi X darebbe un risultato desolante. La città è Torino (come si evince da alcuni riferimenti toponomastici), ma potrebbe essere una qualsiasi altra città. Quando si parla di un altro luogo questo diventa un’Università del Nord Europa (neppure una nota del SISMI riuscirebbe a essere più evasiva). L’autore ha voluto in questo modo porre in primo piano la storia intima dei due protagonisti, rendendola in qualche modo assoluta, purtroppo alla lunga questo teatrale deserto che avvolge i personaggi risulta artificiale e tedioso.Un romanzo deprimente, e intendo una depressione quasi fisica non una malinconia alla Silverberg. Un romanzo frutto del lavoro dell'editor, dai dialoghi levigati, dove nel titolo sta la fine, una struttura circolare, in cui la ricerca dell’assoluto conduce al fallimento sia i protagonisti, sia l’autore.
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