lunedì 17 novembre 2008

Il tempo infranto di Patrick Fogli: demolizione controllata

E’ una lettura interessante, suo malgrado, “Il tempo infranto” di Patrick Fogli.

Compaiono numerosi personaggi attraverso i quali si sarebbe potuto scrivere un romanzo. Fogli, purtroppo, non usa la gabbia dei riferimenti storici alla maniera di Ellroy. Fogli vuole tutto. E subito. E accosta nomi inventati, nomi veri (pochi). Inventati per evitare querele, forse, ma il risultato è torbido. La narrazione è affannosa. Se non puoi dire, meglio tacere. Avesse adottato un profilo diverso, una visione particolare, avesse approfondito una tessera, invece di lanciarsi nella costruzione abborracciata di un puzzle intero, Fogli avrebbe potuto scrivere un romanzo almeno decente.
Ci sono molti spunti. Anche negativi: si veda il “tenero” amore tra Chicco e Giada, che sa molto di reality show. Chissà, forse a Fogli lo ha rovinato la TV. O la musica.
Tutti stanno cercando qualcosa canta Annie Lennox e Giada si ferma in mezzo alla corsia dei surgelati” (sic).
Il risultato è viziato, come detto, dalla spropositata ambizione dell’autore. E’ come guardare un affresco (di qualità artigianale) in cui i volti dei personaggi siano stati sostituiti da maschere amorfe.
La strage alla stazione di Bologna ha prodotto migliaia e migliaia di pagine tra libri, reportage e sentenze (definitive).
Fogli insiste sulla strada dove il deputato che muove le fila si chiama, nel suo libro, “l’Onorevole” (complimenti per la fantasia…) e via di questo passo con Numero Uno, Didi, il Guincio, il Guercio, Pinchiopimpernacolo ecc. ecc.
Sinceramente, dopo l’ottimo romanzo di De Cataldo sulla Banda della Magliana (dove compariva “il Vecchio”), si pensava che anche nel nostro paese si fosse pronti per una sorta di “American Tabloid”. Purtroppo Patrick Fogli ci dimostra che non è così.
Però. Però “Il Divo” di Paolo Sorrentino è incentrato sulla figura di Giulio Andreotti, e nel film Andreotti si chiama Andreotti, Pomicino si chiama Pomicino, Pecorelli si chiama Pecorelli, Lima si chiama Lima e… ci siamo capiti.
Forse, come dice uno dei personaggi di Fogli, “qui manca la volontà”.
Il risultato è un romanzo mediocre. Fallimentare nell’invenzione narrativa e nella ricostruzione storica.
Per riassumere il romanzo userei una frase che compare a pagina trentasette (il correttore si era, giustamente, addormentato prima):
La rapina non è mai centrata niente”.
L’epitaffio perfetto per la narrativa di Fogli ed i suoi labili, per non dire inesistenti, contatti con la letteratura.Le parole esistono: bisognerebbe avere il talento e il coraggio di scriverle. Non cercate in questo libro né una cosa, né l’altra. Non le troverete.

2 commenti:

Gamma Tau ha detto...

Quello che dici non mi meraviglia affatto. Di Fogli ho letto solo "L'età dell'innocenza" e mi è bastato e avanzato ( di "Il tempo infranto" ho letto una lunga citazione, reperita sul web, e anche quella mi è bastata). Eppure Fogli ha un estimatore sfegatato in Giovanni Pacchiano che, sull'autorevole supplemento domenicale di "Il Sole 24 Ore", ne scrive recensioni entusiaste (a proposito di quest'ultimo libro arriva a definirlo "una piccola Divina Commedia del nostro tempo" (sic!!).
Ovviamente, tutti i gusti son gusti. Ma può un recensore, travolto dal suo gusto, tacere al lettore incongruenze di fondo del romanzo recensito? A quanto pare sì...!

Enzo Baranelli ha detto...

E' da un po' che non leggo Il Sole e Pacchiano (ma era lui quello della rubrica "Gialleggiando"?), da quello che dici faccio bene così. Poi la questione non è proprio l'incongruenza, quanto il fallimento come opera sia di narrativa pura, sia di rivisitazione -romanzata- del nostro passato. Ma credo che i lettori di questo genere di libri abbiano un grado di attenzione e intelligenza sufficiente a distinguere ciò che vale e quello che è da scartare (in questo caso Fogli). Ciao, E.