mercoledì 18 giugno 2008

A Virtual Landslide di Pete Molinari




Cresciuto in Inghilterra in una famiglia maltese con un padre egiziano, ma di origini italiane, Pete Molinari ha composto un album che già dalla copertina retro ci lancia in una lunga corsa nel tempo con i suoni della chitarra che accompagna una voce ricca di sfumature. Se il primo evidente paragone è con Dylan, il disco si apre con It Came Out of Wilderness che batte un ritmo da Subterranean Homesick Blues, poi le canzoni diventano più intense e personali. La chitarra e la voce ci sono sempre, ma dopo metà album, dopo Look what I made, entriamo in questo mondo parallelo dove la musica vive di una vita distaccata dal tempo e dalla moda. Se ascoltare un nuovo album di un giovane gruppo o un giovane cantante può ricordarci influenze e passaggi di altri autori, in questo caso il ricordo diventa solo una citazione all'interno di un'opera più vasta. Pete Molinari, che ascoltava Billie Holiday, John Coltrane e Bob Dylan, mentre nasceva il Brit-pop, semplicemente ricrea suoni e nel cantare su una trama folk inventa qualcosa di dolce, malinconico ed emozionante. Musica.

3 commenti:

Davide Mana ha detto...

Molto interessante - grazie per la segnalazione.
Lo tengo per le giornate d'autunno...

Anonimo ha detto...

Nonostante le recensioni di questo disco siano in media generose, io non riesco proprio ad apprezzarlo. Se fosse uscito negli anni 50 forse avrebbe avuto senso, ma non sarebbe certo stato innovativo, né originale. Per Molinari il tempo si è fermato. Un vero amante del rock'n'roll di quell'epoca - come lo sono anch'io - secondo me dovrebbe far tesoro di quella musica e portarne l'anima, l'evoluzione in un nuovo disco, senza ripetere pedissequamente le sonorità, le melodie e il piglio di quel tempo. Per questo dietro questo disco di Molinari vedo molta mediocrità. Poi a ognuno il piacere o il dispiacere di ascoltarlo.

Enzo Baranelli ha detto...

Non avevo letto le recensioni all'album, ma mi fido. Proprio oggi ho preso Uncut, che non acquistavo da mesi, l'ultima rivista di musica che ho letto penso sia stata Mojo di marzo (magari non saranno granché, Mojo e Uncut, ma valgono sempre per farsi un'idea). L'album di Pete Molinari probabilmente è mediocre. Avendo riversato il CD sul lettore mp3 l'ho riascoltato parecchie volte: continua a piacermi. Un album, recente, bello per i miei gusti è quello di Conor Oberst (questo lo so che ha avuto una buona recensione...), ma forse sarà, come tu dici a proposito di Molinari, l'ennesima nostalgica rivisitazione di un'epoca?