mercoledì 18 marzo 2009

Non parliamo la stessa lingua, di Todd Hasak-Lowy: l'ironia è Kosher


Todd Hasak-Lowy, già professore universitario di lingua e letteratura ebraica, esordisce con questa raccolta di racconti, e fa centro. Centro pieno. Mescolando elementi della tradizione ebraica, clichè del nostro tempo e piccole ossessioni comuni, crea veri e propri gioielli. Ha una scrittura particolare, non surreale ma istrionica, una scrittura che si sa spostare perfettamente da un registro all’altro, diventando ora caustica, ora commovente, mai noiosa. I sette racconti, molto diversi tra loro, sono accomunati da un’ironia tagliente, dissacrante, e soprattutto da uno sguardo lucido ed impietoso sui meccanismi che muovono le relazioni interpersonali.Ci sono veri e propri colpi di genio, come l’idea di alternare in un racconto un evento banalissimo e tragico come la perdita di un portafogli alla morte di milioni di persone a causa di un attacco nucleare. Un dolcetto stantio può dare il “la” ad un vero e proprio “attacco culturale”, un colloquio di lavoro può diventare un’analisi profonda della propria vita, il tutto senza – in effetti – rendersene conto. In questi racconti collimano così tante cose che è difficile scegliere cosa citare: l’inchiesta sul centro dimagrante – resa in forma di articolo di giornale, con tanto di note a fondo pagina -, lo scontro generazionale e culturale, la furbizia e la cattiveria, il dilemma morale e la più spontanea idiozia: tutto dosato sapientemente per non risultare mai artefatto. E’ strano ritrovarsi a ridere e commuoversi nello spazio di poche righe, ma Hasak-Lowy è molto bravo, ed è bravo soprattutto a non far pesare questa sua capacità: il mescolare il quotidiano con lo straordinario, la morte con la risata, i pugni e la droga con la sensibilità e l’intelligenza. I personaggi di Hasak-Lowy sembrano affogare nelle paludi delle loro ossessioni, sono uomini, ragazzi, adulti, tutti con un qualcosa che fa inceppare l’ingranaggio, tutti a cercare di venire fuori da quel grande pantano che chiamiamo vita. Il ragazzo protagonista de "Il compito di questo traduttore” è assolutamente credibile nel suo sacro terrore per il compito che lo aspetta, Larry (l’uomo del portafogli) è un perfetto esempio di middle class americana, talmente imbarazzante nella sua inadeguatezza da strappare più di una risata. La cornice che viene fuori da questi racconti può apparire – alla fine – desolante, ma va bene se questa realtà ci viene data da autori come Hasak-Lowy, dotati di intelligenza e, soprattutto, di talento.

All'inizio, una massa impressionante di dirigenti televisivi di New York e di Washington riprese il controllo e inspirò profondamente, una volta resisi conto di avere tutti gli occhi puntati addosso e che toccava a loro guidare l'America e il mondo nella comprensione di questa storia, toccava a loro riferire, delucidare, interpretare, fare chiarezza. Operatori, sceneggiatori e truccatori si misero stoicamente al proprio posto, con tazze di caffè fumante, motivati dall'atmosfera solenne del destino e del dovere, mentre le figure di autorità di ogni livello in tutte le case di produzione dicevano cose tipo "E' il nostro momento", "Teniamoci pronti", e "Forza ragazzi" .

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